Epatite E, virus in incognito che la diagnostica molecolare può velocemente individuare

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15/04/2019 - 13:00

Un’infezione spesso considerata meno del dovuto e non sempre rapidamente diagnosticata. I dati epidemiologici disponibili sulla presenza di anticorpi nel sangue di italiani sani fanno ipotizzare che l’infezione sia frequente anche in chi non ha mai viaggiato fuori dal paese, anche se spesso si risolve senza dare malattia evidente. Si tende ancora a sospettare l’infezione e a svolgere le appropriate indagini sull’epatite E (HEV) solo in chi ha soggiornato nelle zone endemiche, soprattutto in Asia.

«Anche per l’epatite E una diagnostica rapida e sicura esiste ed è stata realizzata grazie alla biologia molecolare. Ma l’approccio è ancora poco diffuso, specialmente tra gli ospedali italiani», afferma Carlo Roccio, biologo, componente del comitato ricerca, sviluppo e innovazione di Federchimica e direttore scientifico Cerba HC Italia.

I RISCHI DELLE EPATITI VIRALI

Ogni anno 1,34 milioni di persone muoiono nel mondo a causa di un’epatite virale, un numero comparabile con i decessi provocati dalle grandi infezioni killer, come quelle da HIV e come la malaria e la tubercolosi.

Tra i virus che causano epatite parte del leone nel causare decessi la fanno l’epatite B e l’epatite C. Con il tempo si sono affinati gli strumenti per prevenire, diagnosticare e curare queste malattie e i paesi aderenti alla World Health Organization (WHO - Organizzazione Mondiale della Sanità) si sono posti l’obiettivo di ridurre le morti da epatiti del 65% e le nuove infezioni del 90% entro il 2030. Per l’epatite B si dispone di un valido vaccino e di farmaci in grado di bloccare la progressione di malattia. Per la C, la scoperta di nuovi farmaci rivoluzionari, in grado di “cancellare” l’infezione dopo poche settimane di terapia per bocca nella quasi totalità delle persone trattate, ha aperto una nuova era.

«Per eliminare il virus C e continuare il contenimento del B, oltre agli investimenti in terapie e farmaci già effettuati (e che hanno dato grandi risultati), bisogna puntare anche a fare emergere il sommerso, a portare cioè a diagnosi chi è portatore di queste infezioni e non sa di esserlo. Gli investimenti in questa direzione sarebbero una percentuale limitata rispetto a quelli già effettuati», ha commentato Massimo Galli, presidente SIMIT, Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

«Chiamateci pure incontentabili, ma in questo contesto merita attenzione anche il miglioramento della diagnostica dell’epatite E, una malattia in genere benigna e raramente mortale, che non tende a cronicizzare se non nelle persone immunodepresse, ma che merita comunque attenzione nei piani di prevenzione e di sicurezza alimentare».

L’epatite E (HEV) è forse la meno nota tra le epatiti virali, ma è da tempo una sorvegliata speciale. Basti pensare che, secondo alcuni esperti, 1/3 della popolazione mondiale è venuta in contatto con questo virus e che, ogni anno a livello globale, 20 milioni di persone contraggano queste infezioni e fino 600.000 persone muoiano per cause legate all’epatite E, quasi tutte nei paesi in via di sviluppo. Il virus è presente con genotipi differenti (varianti diverse) nelle diverse aree geografiche, ognuno dei quali ha caratteristiche peculiari.

Attraverso i monitoraggi effettuati dal SEIEVA (Sistema Epidemiologico Integrato dell’Epatite Virale Acuta) si è visto che negli ultimi 30 anni è diminuita progressivamente l’incidenza dell’epatite A e, ancor di più, delle epatiti B, C e Delta. L’infezione da epatite E, invece, per la quale si registra un aumento del numero di casi autoctoni (cioè non legati a viaggi in aree endemiche) si sta invece configurando come malattia emergente. Questo dipende anche dall’affinarsi delle capacità di laboratorio, che hanno consentito di porre più agevolmente diagnosi.

IL VIRUS KILLER DELLE DONNE IN GRAVIDANZA

In particolare la percentuale di mortalità associata all’epatite E è stimata tra l’1 e il 3%. Se però l’analisi viene effettuata sulle donne in gravidanza che contraggono questo virus la percentuale si innalza in maniera elevata fino al 15-25%.

«Non sono ancora note le cause di questa elevata incidenza di manifestazioni patologiche nelle donne gravide e del perché l’esito letale avvenga soprattutto nel terzo trimestre di gestazione (quando la letalità può raggiungere il 5-25%), ma l’ipotesi al momento più accreditata è quella di un ruolo da parte di fattori immunologico che limitino nella gravida la capacità di combattere il virus», commenta Galli, che è anche direttore della Divisione Universitaria di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano.

EPATITE E, UNA MALATTIA ANCORA IN INCOGNITO MA IN CONTATTO CON UN ITALIANO SU DIECI

L’epatite E è una malattia sottostimata a causa della mancanza di strumenti di diagnosi sensibili. Diffusa soprattutto in Asia meridionale. In India, ad esempio, è responsabile del 62% dei casi di epatite fulminante tra gli adulti e del 40% tra i bambini. Studi sieroepidemiologici hanno evidenziato un’elevata presenza di anticorpi dell’epatite E (HEV), il 5-20%, anche nella popolazione sana di molti paesi industrializzati, il che testimonia un contatto con il virus anche in Europa dove dunque è diventato endemico. In Italia, in particolare, una recente indagine ha riscontrato che l’8,6% della popolazione italiana ha gli anticorpi dell’epatite E.

LE CAUSE DI CONTAGIO DEL VIRUS

L’infezione da HEV, nell’indagine italiana, è nel 90% dei casi asintomatica, mentre può causare epatiti acute e croniche nei pazienti immunodepressi. La causa principale di contagio dell’epatite E è alimentare (soprattutto carne cruda di maiali e cinghiali ma anche polli e tacchini) come sembrerebbe dimostrare la predominanza del dato nelle regioni del Centro Italia in cui è maggiore il consumo di alimenti come le salsicce di fegato, le principali sospettate.

L’epatite E può pertanto essere considerata anche una zoonosi emergente, cioè una malattia infettiva con trasmissione da animale a uomo. Poiché il principale serbatoio animale sono i suini, le persone che lavorano a stretto contatto con tali animali possono essere considerate a maggior rischio di infezione. Oltre al consumo di alimenti con carne infetta, alla trasmissione oro-fecale, alle acque contaminate e alla trasmissione verticale madre-figlio, esiste anche il rischio di trasmissione attraverso trasfusioni di sangue infetto. Al momento esiste un vaccino per HEV commercializzato solo in Cina.

«La migliore prevenzione quindi consiste nel porre attenzione all’igiene, al consumo alimentare e di acque di sospetta derivazione nonché sensibilizzare verso la velocità di analisi per individuare con sicurezza e nel più breve tempo possibile l’infezione, attraverso lo sviluppo tecnologico di soluzioni diagnostiche certificate», conclude Carlo Roccio che attraverso i laboratori di Clonit, società biotech, ha messo a punto un kit di diagnostica molecolare con sistema RT-PCR che ricerca tutti i quattro sottotipi del virus dell’epatite E con una tecnologia Made in Italy e certificata CE-IVD, in grado di dare risultati in meno di due ore.

 

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