Fumo, 83mila morti l'anno: Perché smettere ce lo spiega Riccardo Polosa

08/01/2016 - 09:44

In Italia fumano 10 milioni di persone e ogni anno 83 mila muoiono a causa del fumo. Il 23% degli studenti dei primi anni delle superiori afferma di fumare, di questi il 63,9% non ha ricevuto lo stop alla vendita di sigarette dai commercianti.

Sono questi i dati allarmanti diffusi dall'Istat in materia di fumo e sigarette nel nostro Paese. Un tema caldo spesso al centro di dibattiti. Del recente decreto promosso dal Ministro Beatrice Lorenzin dal mese scorso sono state tante le novità introdotte, come l'inserimento sui pacchetti della scritta: “Il fumo del tabacco contiene oltre 70 sostanze cancerogene””Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno”.

Niente fumo in macchina con a bordo donne incinte o minori e all’esterno degli ospedali, altre misure introdotte dal decreto pensato dal governo italiano per adeguarsi alle direttive Ue. Affrontiamo quindi l'argomento insieme al al professore Riccardo Polosa, ordinario di Medicina interna

dell’Università di Catania, chiamato nei mesi scorsi  proprio dal Ministero della Salute per costituire un team di esperti nazionali ed internazionali al fine di condurre indagini circa il monitoraggio sugli effetti delle sigarette, e, allo stesso tempo, per proporre iniziative concrete per una regolamentazione che sia in linea con gli altri Paesi europei.

Stato e Salute, due parole che se non legate al meglio potrebbero generare crtiche problematiche ad un Paese. Ritiene che le misure che vuole adottare il Governo contro lil fumo possano essere uno strumento efficace per la lotta contro le sigarette?

"Io ritengo che ogni azione governativa volta a ridurre il numero di fumatori, attuali e futuri in Italia, sia comunque un segnale positivo e degno di nota anche perché finalmente siamo in accordo con la normativa europea che vuole gli Stati membri più attivi nella lotta al fumo. Ma sono anche convinto che le leggi necessarie a questo scopo ci siano già e negli anni, purtroppo, non hanno portato ai risultati sperati. Quello che è sempre mancato e che probabilmente mi aspettavo dalla nuova normativa è una maggiore forma di monitoraggio e controllo dell’applicabilità degli stessi divieti".

Ma quante sono le multe elevate ogni giorno? E poi quale sarebbe l’organo predisposto alla vigilaza di questo fenomeno? Dove sono i dati che dimostrano che la legge Sirchia aveva bisogno di ulteriori divieti? E gli studi che dimostrano l’attendibilità delle misure previste? "Beh.. - spiega il professore - Sono tutte domande alle quali ci aspettavamo delle risposte che in realtà non sono arrivate".

Quale potrebbero essere allora le ulteriori misure da adottare affinché il cittadino sia protetto dal fumo passivo di seconda e terza mano?

"E’ indispensabile una maggiore conoscenza delle tematiche legate al fumo di sigaretta convenzionale, dei danni realmente causati dal processo di combustione delle bionde e delle alternative valide per smettere. Una conoscenza consapevole, fatta di dati scientifici e concreti e non di spot ironici potrebbe creare un contesto sociale formato e consapevole e probabilmente più attento a stili di vita sani".

Quanto incide il fumo di sigarette sulla salute degli italiani e quali sono i dati in possesso della Liaf, la Lega Italiana Antifumo?

"In Italia si contano circa 70 mila morti l’anno a causa delle malattie fumo correlate. Secondo l’Istat nel 2015 i fumatori sono circa 10,9 milioni, ovvero il 20,8% della popolazione. Rispetto a qualche anno fa, il numero di fumatori che era iniziato a scendere, ad oggi purtroppo i dati hanno ripreso a crescere. I soggetti più a rischio sono gli adolescenti perché la prima bionda si accende ancora in età scolastica".

Ed in auto?

"L’abitacolo dell’auto è tra i luoghi più inquinati dal fumo, se si fuma in macchina, lasciando chiusi i finestrini, l’abitacolo dell’auto può diventare un luogo molto inquinato da fumo passivo. Basterebbe, in tal senso, far applicare le norme ed elevare realmente le multe".

Ci sono i modelli adottati da altri stati che l’Italia potrebbe prendere ad esempio?

"Sicuramente quello inglese - conclude Polosa - per combattere il fumo in Inghilterra già da anni vengono diffuse informazioni. Il governo inglese ha più volte incontrato e sentito il parere di numerosi scienziati provenienti da tutto il mondo. Un modello da prendere come esempio dunque soprattutto per la modalità di gestione delle politiche pubbliche sanitarie. Una modalità partecipativa e attenta alle evidenze scientifiche molto più che al potere economico e finanziario delle lobby del tabacco internazionali".

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