La condivisione che fa bene alla scienza

Autore:
Redazione
21/04/2020 - 03:47

Un articolo scientifico su cinque, indipendentemente dal settore di studio, nel periodo tra il 2016 ed il 2019, non ha rispettato la prescrizione della condivisione dei dati genomici e metagenomici pubblicati o utilizzati nello studio, creando un danno al progresso scientifico globale e alla credibilità della scienza.

È quanto si evince da una ricerca condotta dal Gruppo di Ecologia Microbica (MEG) dell’Istituto di Ricerca Sulle Acque del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR-IRSA) di Verbania, supportata da molti studiosi impegnati nella lotta all’antibiotico-resistenza. Un campo nel quale questo problema ne crea altri, in quanto limita la conoscenza delle caratteristiche dei tanti e diversi geni che conferiscono le resistenze agli antibiotici, ponendo un gravissimo problema per il futuro della medicina moderna.

Il risultato dell’indagine è pubblicato sulla rivista PLOS Biology e su PLOS Magazine (https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3000698).

«La condivisione dei dati genomici e metagenomici è una buona pratica ed è obbligatoria da più di un decennio per consenso scientifico, supportato sia dalle azioni di “open data” di molti governi che dalle publishing policies di tutti i principali editori, poiché permette di meglio valutare la qualità biologica, bioinformatica e statistica delle analisi prodotte e, consentendo l’accesso al dato originale, di fugare il dubbio di errate assunzioni», spiega Gianluca Corno del CNR-IRSA, tra gli autori dello studio. «Non solo, questa tipologia di dati, pur essendo presentati in pubblicazioni, sono a volte utilizzati nello studio solo in piccolissima parte, di solito intorno all’1-2%, e se non vengono depositati in database pubblici si perde un’enorme mole di conoscenza».

Il trend degli ultimi anni ha assunto un andamento negativo, tant’è che nel lavoro pubblicato su PLOS Biology i ricercatori CNR e gli altri coautori, gli editori e revisori della rivista, tra i quali Craig Venter e Holly Bic, richiamano il mondo scientifico ad una maggiore accuratezza e cooperazione. «Un articolo senza questi dati non permette di individuare l’eventuale errore, malafede e/o superficialità di tutti i soggetti coinvolti nella pubblicazione», aggiunge Corno. «Tale comportamento coinvolge le riviste in misura diversa, con picchi di irregolarità in quelle più tecnologico/applicative o che pubblicano una grande mole di articoli, a conferma di una competizione spinta all’estremo, più quantitativa che qualitativa». Il cosiddetto “publish or perish”.

«La pandemia di SARS-CoV-2 ci ha invece drammaticamente ricordato l’importanza della condivisione dei dati metagenomici: proprio grazie alla pronta disponibilità in tutto il mondo del genoma del coronavirus causa del Covid-19 sequenziato in laboratori cinesi, molti centri di ricerca a livello mondiale hanno potuto prontamente iniziare a studiare il virus, le sue caratteristiche e a lavorare su vaccini e farmaci specifici», conclude Corno. «La mancata cooperazione invece arreca danni enormi allo sviluppo del sapere, viene meno la possibilità di progredire insieme in modo esponenziale, sommando capacità e conoscenze. Solo attraverso risposte globali e cooperative si può far fronte alla richiesta di conoscenza che giunge dal mondo globalizzato».

 

Potete leggere anche i seguenti articoli

www.ilpapaverorossoweb.it/article/l'intelligenza-artificiale-è-buona-o-cattiva-la-risposta-è-nella-sostenibilità-digitale

www.ilpapaverorossoweb.it/article/i-costi-della-falsa-scienza

www.ilpapaverorossoweb.it/article/professionisti-sanitari-e-industria-sì-alla-trasparenza-no-al-complottismo

www.ilpapaverorossoweb.it/article/oncologi-68-esiste-conflitto-dinteressi-con-industria-farmaceutica

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci