Psicologia e immagini, quando la foto è un viaggio interiore

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14/03/2019 - 08:04

«Le persone pensano di scattare foto per catturare piccoli spicchi di realtà. Ma la logica va invertita: la verità è che, quando fotografiamo qualcosa, stiamo mettendo a fuoco la nostra interiorità usando quello che vediamo fuori da noi».

A parlare del fotografare, che si tratti di immagini colte in vacanza, o di quelle che quotidianamente vengono postate su Facebook o Instagram, è Marco Rossi, psicologo clinico, psicoterapeuta e didatta della Scuola Romana di Psicoterapia Familiare.

Da sempre appassionato di fotografia, Rossi ha recentemente pubblicato un libro, IMMAGIN-ANDO, che, edito da Graffiti, rappresenta la sua prima personale esperienza compiuta come autore.

«Siamo bombardati tutti i giorni da immagini, ma le guardiamo e ci corriamo sopra. Quando invece scattiamo delle foto per noi, attiviamo una sorta di autofocus che mette in luce i nostri stati d'animo: è come un cercarsi, traducendo le nostre sensazioni attraverso la fotografia», racconta.

«Estremizzando, anche in un reportage di guerra, o nelle foto di cronaca, si parla sempre di se stessi. E infatti le foto particolarmente riuscite sono quelle che ci raccontano».

E i selfie, tutte quelle immagini di noi che finiscono sui social in pasto al mondo?

«I selfie non sono la stessa cosa delle foto che scattiamo», spiega Rossi dal suo osservatorio di psicologo. «È come un guardarsi dal di fuori, vedersi con gli occhi degli altri, per sedurre gli altri. È una via per fare in modo che qualcuno ci dia valore. Anziché tirare fuori qualcosa da noi stessi, le foto sui social rivelano un meccanismo per apparire agli altri. E apparire è diverso dall'essere».

(ANSA)


Per saperne di più

www.graffitiscuola.it

 

In copertina - Fotografia di Marco Rossi

 

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