Biorisanamento di siti contaminati: il progetto LIFE BIOREST

Autore:
Luca Talamona
20/04/2021 - 02:49

Sono circa 340.000 i siti contaminati presenti nell’Unione Europea che richiedono ingenti interventi di bonifica; di questi, solo il 15% presenta dei progetti di risanamento già avviati.

Ripristinare le condizioni ecologiche di un qualsiasi sito afflitto da inquinamento risulta essere sempre una sfida impegnativa, dato che non esiste una metodologia di bonifica ugualmente efficace per ogni casistica. In ogni situazione bisogna valutare la tipologia di inquinante, ad esempio se si tratta di inquinanti inorganici come i metalli pesanti (piombo, cadmio, cromo, ecc.) o sostanze organiche, come i prodotti impiegati nelle attività agricole (insetticidi, diserbanti ecc.), ma anche scarti derivanti da processi industriali e non correttamente smaltiti. Oltre a questa valutazione, è importante considerare anche lamatriceambientale: le tecniche impiegabili varieranno infatti se si dovrà intervenire sul suolo, su un bacino idrico o addirittura sul comparto atmosferico.

La titubanza relativa alla decisione di avviare progetti di bonifica è dovuta in molti casi alla non completa efficacia ed applicabilità delle metodologie tradizionali di rimozione dei contaminati, e i costi particolarmente ingenti di tali operazioni rendono pressoché proibitivo l’intervento su larga scala.

Di fronte a questa serie di problematiche sorge la possibilità di una via alternativa che vede come soluzione per il ripristino ambientale una tecnica che comprende le funzionalità ecosistemiche stesse. Questa metodologia prende il nome di biorisanamento o biorimedio e consiste nello sfruttamento di particolari specie biologiche (principalmente funghi e batteri, ma in alcuni casi anche piante) che attraverso i propri caratteri fisiologici, normalmente attuati durante il loro ciclo vitale, “collaboranoal risanamento ambientale da particolari contaminanti.

Ma come fanno?

Batteri e funghi costituiscono la principale componente biologica dei suoli (solo i funghi rappresentano in media il 75% della biomassa presente in un suolo): se escludiamo le specie parassite o comunque con ruoli ecologici particolari, la stragrande maggioranza di organismi è deputata alla degradazione e trasformazione dei composti organici presenti nel suolo. Il biorisanamento sfrutterebbe quindi questi organismi e i loro normali cicli biologici per eliminare o rendere inerti i principali contaminanti presenti in un sito.

Dal punto di vista sperimentale sono state fatte grandissime scoperte riguardo a questa tecnica, la lista delle specie fungine e batteriche idonee continua ad aumentare come anche gli scenari applicativi. Il vantaggio di questa tecnica risiede nel fatto chel’agentecontrastante le sostanze inquinanti sia già potenzialmente presente nel sito da bonificare o, qualora non lo fosse in quantità sufficienti, la sua presenza può esserestimolatainoculando nuove colonie (processo chiamato “bioaugmentation”) dopo essersi assicurati che un aumento popolazionistico di tali specie non causi forti squilibri nell’ecosistema. Se infatti non vi fosse la possibilità di sfruttare specie autoctone per il biorimedio, molte strategie prevedrebbero l’utilizzo di specie altamente adattate a sopravvivere in condizioni naturali estreme coerenti con le situazioni riscontrabili nei siti contaminati che necessitano un ripristino, in modo tale da sfruttare pienamente le strategie biologiche di questi organismi per far fronte a situazioni di forte stress.

Proprio di fronte alla potenzialità di questa tecnica è stato avviato nel 2016 il progetto europeo LIFE BIOREST, il quale si è occupato di promuovere ed applicare le tecniche microbiologiche di riqualificazione ambientale in situ, con la finalità di rivegetare i siti e ripristinarne completamente le funzionalità ecologiche. Il progetto è stato applicato in Italia nel Sito di Interesse Nazionale di Fidenza, un’ex area carbochimica ormai in disuso che nel tempo ha rilasciato nel suolo ingenti quantità di inquinanti organici derivanti dalle attività industriali. La prima fase del progetto prevedeva l’individuazione in laboratorio delle specie microbiche in grado di degradare gli inquinanti organici persistenti nel sito; una volta individuate sono state elaborate delle tecniche di produzione di grandi quantità di questi organismi attraverso l’impiego dibioreattoricapaci di rendere disponibili colonie microbiologiche che possano essere applicate efficacemente nel sito. I risultati avuti dopo l’applicazione in un terreno dimostrativo di 400 m2 hanno messo in luce l’efficacia di tale tecnica, completando il ciclo di risanamento e di rivegetazione. Ciò ha portato alla messa a punto dell’obiettivo ultimo del progetto: istituire delle metodologie standard di risanamento applicabili a livello comunitario nelle più disparate situazioni utilizzando tecniche biologiche in loco. L’investimento su scala industriale in nuove biotecnologie risulta essere evidentemente il passo decisivo verso dei programmi di riqualificazione che tengano conto dell’elevata sostenibilità delle azioni intraprese, puntando ad un ripristino finale ecologicamente coerente con le condizioni di partenza.

 

Foto di copertina: Pixabay

 

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