La cementificazione e il consumo del suolo

25/01/2017 - 10:38

Il continuo e preoccupante consumo del suolo è un fenomeno che colpisce l'intero territorio nazionale. Tra le cause che si possono imputare alla mano dell'uomo, rientrano le massicce operazioni di colate di cemento fatte dagli anni cinquanta in poi hanno reso i centri urbani e i quartieri più poveri, le coste, le campagne e le montagne più vulnerabili. Il passaggio della mano dell'uomo sulla natura è stato devastante, una vera copertura artificiale che ha minato l'integrità ambientale e la sicurezza della salute.

Dal boom economico a oggi, l'Italia ha dovuto fare i conti con la cementificazione selvaggia. Dai centri storici che hanno conosciuto una fase di impoverimento storico-architettonica alle aree agricole convertite rapidamente in zone edificabili. Dalle coste, le quali sotto la tutela del vincolo paesaggistico - fino almeno a 300 mt dalla battigia marina è vietato edificare – hanno conosciuto i peggiori crimini di abusi edilizi, alla montagna, dove per contrastare lo spopolamento delle aree montane si è permesso di costruire in maniera selvaggia, eludendo spesso i criteri di sicurezza.

Quando parliamo di cementificazione – in senso enciclopedico - attribuiamo, pertanto, un significato negativo che ci rimanda a una costruzione massiccia e indiscriminata che mira ad alterare l'equilibrio ambientale e paesaggistico, fino a comprometterlo definitivamente. Occuparci di questo argomento, che interessa anche le dinamiche di espansione urbana e di trasformazione del paesaggio, non significa, tuttavia, condannare l'economia edilizia o la progettazione di nuove architetture. Significa semplicemente non confondere l'arte del progettare e del creare nuove opportunità per l'uomo con il rischio molto diffuso di una speculazione che verte su un nuovo modo di costruire sistemi edilizi a danno dell'equilibrio sociale e ambientale.

Insomma, progettare e costruire dovrebbe essere ben diverso dal concepire un'operazione di cementificazione selvaggia che distrugge in maniera indiscriminata il nostro ecosistema, nonostante ci sia una certa letteratura che utilizzi la cementificazione come pretesto per avviare una significativa ripresa occupazionale in contesti di crisi. Quando diventa necessario incoraggiare la filiera edilizia, talvolta, bisogna guardare alla possibilità di avviare modelli virtuosi che sappiano conciliare gli aspetti della progettazione con la dimensione ambientale e naturale, come nel caso già documentato delle città giardino. Oppure, ancora, praticare una rimodulazione degli spazi urbani, attraverso un approccio di rigenerazione delle città, con gli inevitabili apporti di demolizioni, ricostruzioni e riconversione degli edifici già esistenti.

Ma quali sono gli effetti della cementificazione sul suolo? Indubbiamente la sfrenata espansione di questo fenomeno genera nel territorio un dissesto idro-geologico, che si traduce in un'azione distruttiva sul terreno, degradandolo gradualmente fino a comprometterne la sua stabilità. Le erosioni, gli smottamenti e le frane sono determinate dal consumo del suolo. Non di rado si assiste alla difficoltà di contrastare le alluvioni, poiché la costruzione di nuove infrastrutture rende il terreno impermeabile e non consente all'acqua piovana di infiltrarsi nel terreno. Il cemento che contribuisce alla realizzazione di nuove case e di nuove strade contribuisce alla fase dell'impermeabilizzazione che ostacola l'assorbimento da parte del suolo e compromette il microclima e l'ambiente circostante. Così anche il disboscamento, altro problema causato in parte dalla cementificazione, incide negativamente sulla stabilità del suolo, con la perdita di piante e alberi si elimina infatti anche una certa vigilanza nei confronti dei corsi d'acqua nei bacini montani.

Qual è la situazione dello sfruttamento del suolo in Italia? Il consumo del suolo che riguarda il territorio italiano colpisce in particolare le coste, su 3.902 chilometri di coste si attesta che il 52,6% sia stato sottoposto a cementificazione. Il cemento dalla metà degli anni ottanta ha annullato circa 220 chilometri di litorale italiano. La galoppante cementificazione ha danneggiato circa 250 chilometri quadrati di territorio in due anni. Il Rapporto sul consumo di suolo in Italia, presentato dall'Ispra per l'anno 2016, lancia l'allarme: il consumo del suolo infatti viaggia rapidamente, eliminando 35 ettari al giorno, cioè 250 chilometri quadrati in due anni. L'espansione edilizia ha continuato a colpire, in particolare, i centri urbani regalando discussi condoni edilizi. Questo provvedimento ha regolarizzato le costruzioni che non hanno osservato le norme in materia di sicurezza strutturale, creando una seria emergenza in caso di terremoti o di catastrofi naturali sul territorio. 

 

In montagna, in particolare nel centro Italia, dove di recente in Abruzzo una slavina ha travolto un hotel riaprendo il dibattito sul tema sicurezza nelle zone montane, sono stati urbanizzati circa 2.200 chilometri quadrati sulla sensibile dorsale appenninica. Altri dossier avanzati dai centri di ricerca urbanistica ci informano che il cemento ha già coperto 21mila chilometri quadrati del nostro territorio. Sebbene la colpa non sia da attribuire soltanto alla costruzione di nuove dimore e villette, ma anche alle infrastrutture di trasporto, ai parcheggi, discariche, serre permanenti e altro.

Tra gli esempi più eclatanti in Italia, uno su tutti, ci tengo a riportare quello che fu definito come “il sacco di Palermo” tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento. Un vero e proprio saccheggio che impoverì il territorio palermitano, in particolare la Via Libertà, che faceva bella mostra di sé con le sue ville in stile Liberty, e la pianura della Conca d'Oro con i suoi meravigliosi frutteti e agrumeti, sottoposte entrambe ad una indiscriminata cementificazione.

Una trattazione di questo genere che riporta i dati del consumo del suolo in Italia ha bisogno di un minimo di comparazione con i dati legati al territorio europeo. I dati forniti dall'Agenzia europea dell'Ambiente, qualche anno fa, sulla quota rilevata d'incremento di territorio occupato dai Paesi dell'Unione Europea nel decennio 1990/2000 è stata attestata a 1000 chilometri quadrati circa, cioè 275 ettari al giorno. Altri dati, che vanno dal 2000 a l 2006, invece, testimoniano una diminuzione della quota di terreno occupato scendendo a circa 920 chilometri quadrati, 252 ettari al giorno. L'Europa risulta comunque uno di quei continenti che pratica maggiore sfruttamento intensivo del suo territorio. L'Agenzia europea dell'Ambiente ci informa che questo è dovuto ad una domanda crescente di spazio vitale pro capite e un nesso con attività economica, maggiore mobilità e aumento delle infrastrutture di trasporto. In altre regioni del pianeta, si assiste al fenomeno della deforestazione che contribuisce negativamente al consumo del suolo. In Brasile, ad esempio, negli ultimi 10 anni si è perso in media 2,6 milioni di ettari di foresta l'anno, mentre negli anni novanta solo il 2,9 l'anno. In nord America e centro America, invece, la superficie forestale non conosce stravolgimenti registrando una fase stabile, mentre in Asia, la Cina e il Vietnam hanno avviato programmi di rimboschimento a favore della difesa del proprio territorio.

Dunque, per contrastare l'avanzata del cemento bisogna ripartire dalle città e da un  rinnovato rapporto con la natura. Restituire qualità ai contesti urbani permette di sviluppare una visione d'insieme del territorio. Bisogna volgere lo sguardo verso i temi della rigenerazione urbana, che ben si conciliano con altri temi come una buona pratica urbanistica, gli spazi vitali e lo sviluppo sostenibile. Concentrarsi sul recupero degli spazi abbandonati, riqualificare i quartieri in preda al degrado, possono essere alcune soluzioni per ridurre l'impatto ambientale e paesaggistico che crea la cementificazione.

In Italia, alcuni esempi virtuosi non mancano, come nel caso della città di Torino, che in seguito alle Olimpiadi invernali del 2006 ha riconvertito i vecchi edifici del villaggio olimpico in luoghi destinati a produrre scambi e servizi sociali e culturali. A proposito della riabilitazione degli spazi, in Europa, già da tempo alcune città del continente hanno promosso questo tipo di pratiche. In Francia, a Tolosa hanno riconvertito alcuni spazi urbani come modelli per la ricerca sull'architettura di abitazioni e città. In Portogallo, a Lisbona, si è fatto un progetto legato alla riabilitazione di edifici antichi ormai in disuso nel quartiere Alfama della capitale. A Madrid, in Spagna, si sono creati dei gruppi di cittadinanza per promuovere la riqualificazione degli spazi urbani abbandonati incoraggiando le pratiche degli orti urbani.

Gli esempi in Europa sono tanti, e ci suggeriscono che dotarsi di città sostenibili consente a tutti di vivere e di abitare in armonia con la natura e l'ambiente, di avere una migliore qualità di vita, di evitare sprechi finanziari e speculazioni edilizie con le nuove costruzioni, e di rimodellare gli edifici in disuso in nuove opportunità.

Infine, la storia della cementificazione selvaggia in Italia si intreccia pericolosamente con la pratica dell'abusivismo edilizio - ma questa è un'altra vicenda - cioè una miscela pericolosa di costruzione senza regole. Pertanto, diventa necessario riflettere sul rischio che lo sfruttamento indiscriminato genera sul nostro territorio. È chiaro che la cementificazione che si realizza in nuovi insediamenti abitativi, in sistemi di produzione, nella realizzazione di nuove infrastrutture, minaccia la stabilità del nostro ecosistema. Il suolo, inteso come una risorsa esauribile, se sottoposto a uno sfruttamento intensivo e indiscriminato incide su quelle che sono le ragioni del cambiamento ambientale e la qualità di vita degli esseri viventi.

 

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