Il conflitto tra israeliani e palestinesi secondo Grossman: una guerra perpetua che non avrà mai né vincitori né vinti

David Grossman insieme ad Amos Oz, scomparso alla fine del 2018, e Abraham Yehoshua è uno dei tre grandi scrittori israeliani contemporanei noti e tradotti in tutto il mondo.
Il conflitto tra israeliani e palestinesi è l’argomento preminente trattato da Grossman sia nei suoi romanzi sia nei volumi che presentano saggi e discorsi come Sparare a una colomba (Mondadori, 2021).
Quest’ultimo libro, uscito lo scorso gennaio, adesso assume una pregnante attualità alla luce dei recenti giorni di guerra che, fermati da una tregua non sappiamo quanto duratura, hanno determinato la perdita di tante vite umane e la sistematica distruzione delle già ben modeste strutture del popolo palestinese.
La tesi di fondo di Grossman, che non vi saranno né vincitori né vinti ma solo due popoli in lotta perenne, appare quanto mai veritiera e riscontrata alla luce degli odierni drammatici avvenimenti.
Il libro è una raccolta di conferenze e lectio magistralis tenute da Grossman a livello internazionale in occasione della consegna di premi e riconoscimenti. Il tema è proprio quello del conflitto israelo-palestinese quando ancora ovviamente l’ultima guerra non era alle viste. In Israele Grossman viene accusato di essere di sinistra e, quindi, un ingenuo che pensa che per ogni problema vi sia una soluzione. Per la destra israeliana, invece, il conflitto con i palestinesi non avrà mai termine.
Come detto, si ha l’impressione che la destra oltranzista (non meno delle frange dei terroristi palestinesi) accarezzi l’idea della guerra e del conflitto permanente, contro ogni logica di pacifica coesistenza.
Grossman dichiara che non sa cosa accadrà in futuro, ma ciò che i cittadini stanno facendo adesso sarà decisivo per la soluzione del problema in un prossimo futuro. Il tema dell’attualità della Shoah è centrale poiché storicamente non è possibile prescindere da quell’eccidio del popolo ebreo. Cosa rimane dello sterminio di sei milioni di ebrei come monito per i nostri giorni? Può essere una sorta di avvertimento morale? Rispetto a questa domanda centrale, è imperativo l’obbligo di raccontare ciò che fu la Shoah, ma al contempo non possiamo non notare che l’oppressione del popolo palestinese sembra proprio una nemesi storica. Anzi, l’opinione pubblica mondiale si chiede come sia possibile che un popolo che ha vissuto e subito la Shoah possa oggi essere artefice delle sofferenze inflitte ai palestinesi.
L’autore si chiede come avrebbe reagito se fosse vissuto ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E si chiede anche come si sarebbe comportato se fosse stato un tedesco quando tutta la nazione aveva sposato le tesi di Hitler sui temi del nazionalismo, del razzismo e della violenza. Gli israeliani sono “imprigionati” da decenni anch’essi in un meccanismo di botta e risposta con i palestinesi del quale non si vede la possibile fine. Grossman afferma che il nemico palestinese che odia gli israeliani è un essere umano con famiglia e figli, ed è con questi occhi che dovremmo guardarlo. Dopo decenni di guerre e conflitti la maggior parte dei contendenti è sfiduciata, ma è evidente che non si raggiungerà mai la pace se non si riconosce che i palestinesi (come gli israeliani) hanno pari diritto ad un territorio, ad una casa, alla loro autonomia; in caso contrario, sarà una condanna in perpetuo. Ciò non può che avere come riflesso proprio l’esistenza di uno Stato palestinese sicuro. Del resto, nessuna Nazione al mondo vive nella situazione di precarietà e timore di Israele, per quanta forza bellica ed eserciti possa mettere in campo. Per Grossman il popolo israeliano sarà libero quando non avvertirà più la mancanza della pace, si lascerà alle spalle le discriminazioni e, soprattutto, potrà pensare positivamente al futuro e alla speranza. Grossman non è un visionario quando afferma che occorre avere un sogno, una visione.
La pena imposta oggi dalla destra in Israele è falsa e fragile, l’occupazione di territori dopo la Guerra dei Sei Giorni ha solo comportato frustrazione, umiliazione e desiderio di vendetta. Non va dimenticato che la Germania, che aveva impersonato il male assoluto del nazismo, si è ripresa grazie alle nuove generazioni. È indispensabile superare nepotismi e prevaricazioni. In fondo la creazione dello Stato di Israele rispondeva a quelle stesse istanze che oggi vengono negate ai palestinesi. Fintantoché anche loro non avranno una casa ove vivere stabilmente in pace non se ne verrà fuori. I palestinesi sono un partner problematico, ma ancor più lo sono quelli di Hamas, il Medio Oriente è una regione violenta ed instabile.
Occorre la capacità di costruire ponti per colmare l’odio al fine di sperare in un nuovo approccio ed una nuova strategia: sembra tanto di sentire le preghiere fatte in tal senso da Papa Francesco. I palestinesi considerano Israele una propaggine dell’Occidente, ignorando che lo Stato di Israele è nato per rispondere al desiderio di tornare alla terra delle origini. Fintantoché ciò non avverrà Israele avrà sempre bisogno di essere uno Stato perfettamente armato, ma la pace non è meno essenziale dell’esercito. Vi sono state quattro guerre in dieci anni e, quando si vive per decenni in questa condizione di precarietà, ci si abitua ad uno stato di incertezza. Chi pensa che si possa raggiungere una pace viene visto come un illuso, un ingenuo pericoloso o, addirittura, come un nemico di Israele.
La destra negli ultimi decenni ha vinto le elezioni imponendo una idea negativa e pessimistica della situazione e mancando del tutto di una visione in grado di guardare al futuro. Non è possibile che Israele eserciti lo stato di oppressione nei confronti di milioni di palestinesi ai quali nega il diritto essenziale ad una terra. In questo stato di cose si può persino dubitare che quella israeliana sia una democrazia, considerando la costante e sistematica negazione dei legittimi diritti del popolo palestinese. Grossman invita oggi ad interrogarci sulla distinzione tra guerra e terrorismo perché non valgono più le vecchie categorie. Non si richiede più una lotta permanente che vede prevalere chi uccide più nemici. Il terrorismo può sfidare anche lo Stato più forte e moderno. Gli israeliani nutrono il sentimento di essere reietti e non accettati dal resto del mondo nonostante il sostegno di grandi Stati occidentali.
Nella sua storia, una figura centrale fu certamente quella di Yitzhak Rabin che aveva compreso come la permanente mancanza di pace fosse distruttiva per Israele, ma fu ucciso e i suoi sforzi caddero nel nulla. La paura condiziona gli israeliani perché essi vivono nel timore di poter perdere il loro Stato. Il sentirsi vittima è un sentimento che condiziona la crescita delle nuove generazioni. La verità corrisponde con quanto è scritto in Isaia (5:20): «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebra, che cambiano l’amaro con il dolce e il dolce in amaro».
Israeliani e palestinesi si combattono da tanto, troppo tempo e non è difficile prevedere quali effetti tale situazione avrà sul loro modo di rapportarsi al tema della pace. Vivere giorno per giorno i problemi dei territori occupati non può lasciare indifferenti. Grossman già prima dello scoppio dell’ultima guerra ha lanciato una richiesta di aiuto, una vera e propria invocazione ai paesi democratici perché intervenissero subito in soccorso di quegli israeliani e palestinesi che vogliono la pace. Non vi è altra soluzione che prescinda da un dialogo diretto fra i due popoli altrimenti si continuerà a vivere in un clima di paura, incertezza e sospetto in cui può solo germogliare il fanatismo, il fascismo e la sete di dittatura: parole, quelle di Grossman, purtroppo profetiche a distanza di poco tempo da quando sono state pronunciate.
In conclusione, un libro importante e meritevole senz’altro di essere letto che, ribadendo con lucidità la necessità e l’urgenza della pace, costituisce un contributo prezioso ed imprescindibile perché si ponga termine al conflitto.
Foto di copertina: Gerusalemme (Pixabay)
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Autore
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Classe 1956, Federico Bizzini è avvocato del Foro di Caltagirone. Nella sua lunga carriera ha curato la assistenza e la difesa in giudizio delle maggiori compagnie di assicurazioni; si occupa di Diritto del Lavoro e delle relative controversie. Ha offerto una difesa completa ai propri assistiti, curandone l'assistenza sia negli aspetti civilistici che negli eventuali risvolti penalistici. Da sempre impegnato nel sociale, è stato giovanissimo consigliere comunale a Caltagirone. Appassionato lettore, cura da anni una rubrica settimanale di recensioni di novità editoriali su una nota emittente televisiva locale.







