
Chiuso per coronavirus: quale destino per la musica dal vivo?

Ci ritroveremo nei drive-in per assistere all’esibizione del nostro musicista preferito? Guarderemo dal divano di casa qualche concerto trasmesso in streaming? O magari verranno allestiti spazi all’aperto nei quali gli spettatori possano rimanere in sicurezza a qualche metro di distanza l’uno dall’altro?
Non si sa! In un momento storico in cui il coronavirus ha di fatto stravolto le nostre esistenze, costringendoci a rinunciare a molti aspetti delle nostre vite, a cominciare da quelli che maggiormente riguardano la socialità, il futuro della musica dal vivo è avvolto dal mistero. Dando per scontato che, per almeno qualche mese (probabilmente per tutto il 2020), non si potranno organizzare grandi raduni in palazzetti e stadi, la questione è capire se potranno esistere altre forme di espressione artistica live.
Per Vincenzo Spera, presidente di Assomusica, l’associazione che riunisce 120 imprese di organizzatori e produttori di spettacoli di musica dal vivo che si occupano dell’80% dei concerti in Italia, non è ancora il momento di sbilanciarsi: «È il momento di ragionare sulle ipotesi, ma raccontarle non farebbe altro che aumentare la confusione tra il pubblico e tra gli operatori del settore in un momento in cui c’è già abbastanza frastuono».
L’unica soluzione, aggiunge intervistato dall’AGI, è attendere «la pazienza e la disponibilità delle istituzioni a dialogare con i soggetti che fanno questo lavoro. Abbiamo chiesto di venire convocati e ci hanno detto che lo faranno, perciò per il momento aspettiamo fiduciosi, consapevoli che è un momento difficile anche per loro».
THE SHOW MUST GO ON, OPPURE NO?
Assistere a un concerto, è ovvio, non significa soltanto ascoltare l’artista cantare o suonare sul palco. A differenza di molte altre attività che contemplano la presenza di pubblico, come lo sport o il cinema, gli spettacoli dal vivo (specialmente i concerti a cui normalmente si assiste in piedi) si articolano in una serie di gesti che trasformano il pubblico in una parte attiva dello show: saltare, urlare, abbracciarsi, rituali che cozzano con la necessità di mantenere le distanze.
«O hanno certe caratteristiche, o gli show non ha senso farli», sintetizza il presidente di Assomusica. E anche nei casi in cui si trovino soluzioni tecniche che consentano di esibirsi, «bisogna verificarne la sostenibilità economica. È improponibile, sia per quanto riguarda la fruizione che gli incassi, pensare ad esempio di organizzare eventi in un teatro, dove per assicurare le distanze si potrebbe occupare un posto lasciandone otto liberi attorno», aggiunge. La strada, insomma, è tutta in salita.
DAL DRIVE-IN ALLO STREAMING, FINO AL PIANOBAR
Ci sono eccezioni, sottolinea Spera, come il caso dei pianobar: «Gli artisti che si esibiscono da soli in piccoli concertini, ad esempio intrattenendo il pubblico di un ristorante, potrebbero tornare al lavoro non appena i locali riceveranno il via libera a una riapertura soft».
Il problema, prosegue il presidente di Assomusica, sorge nel caso di show con più di mille posti. Per ovviare alle difficoltà si è parlato di drive-in: «Il progetto è interessante, è quello che sui media è uscito in maniera più forte». Ma non è l’unica suggestione: c’è chi ragiona su eventi in streaming, anche se si tratterebbe di soluzioni ancor meno socializzanti, insomma più distanti dalla normalità. In ogni caso, spiega Spera, si tratta di «un momento di transizione e di modalità artistiche propedeutiche a un ritorno» dello show come lo intendiamo. «Ben vengano tutte soluzioni che mantengano vivo il sentimento verso la musica dal vivo», dice, ma per poter concretizzare «occorre che qualcuno ci convochi a un tavolo e ci chieda di spiegargli come funziona il nostro lavoro».
(AGI/Marco Gritti)
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