Dall'India una spinta verso l'agricoltura bio

Autore:
Andrea Cuscona
20/02/2016 - 10:19

INDIA - Dall'Oriente asiatico sembra arrivare una prima ma significativa esperienza concreta di sviluppo dell'agricoltura 100% bio. Il piccolo stato del Sikkim, che si trova nell'estremità nord-orientale del sub-continente indiano, al confine con la Cina e tra Nepal e Bhutan, ha infatti intrapreso, da alcuni anni, una politica molto precisa in ambito agricolo: abbattere l'utilizzo di pesticidi, fertilizzanti chimici, OGM e tutto ciò che non sia totalmente naturale e biologico.

Nel 2003 il primo ministro Pawan Kumar Chamling approvò una delibera con la quale si puntava alla trasformazione del Sikkim da produttore agricolo convenzionale a realtà 100% bio. Fondamentale, in tal senso, la creazione del Sikkim Organic Mission (Som), all'interno del Dipartimento per lo Sviluppo dell'Agricoltura.

Tra gli obiettivi del programma vi è quello di rendere l'agricoltura biologica il volano dell'economia locale, grazie all'implementazione dei programmi tramite un approccio sistematico, allo sviluppo ed esplorazione dei mercati delle materie prime organiche, al collegamento tra gli agricoltori biologici e il mercato con l'intervento di agenzie di certificazione, così da proseguire tale politica in modo permanente. In sintesi, rendere l'agricoltura redditizia, sostenibile e ambientalmente accettabile.

I risultati? Sono sotto gli occhi di tutti. Il divieto di uso di fertilizzanti sintetici e pesticidi a livello locale ha portato al progressivo abbandono dei combustibili fossili, all'eliminazione dei gas serra, al miglioramento dell’ecologia generale dello Stato. Senza trascurare lo stop alla sottrazione di terreni agricoli ai contadini locali. I numeri sono significativi e a titolo di esempio basti pensare che nel 2001 venivano consumate ben 3.000 tonnellate di fertilizzanti chimici che il programma adottato ha totalmente azzerato. Se a questo dato, già straordinario, si aggiunge che 8.000 ettari di terreno sono stati già riconvertiti ed è stata adottata la prassi dell’uso di soli fertilizzanti naturali, con oltre 24.000 unità per la produzione di compost e oltre 14.000 per la produzione di vermicompost, allora davvero ci troviamo di fronte ad un piccolo miracolo.

Il “prezzo” da pagare è ampiamente sopportabile se pensiamo che la produttività agricola globale del Sikkim è scesa del 15% ma ha consentito la riduzione dei costi con margini di profitto, dunque, più elevati. Va sottolineato che si parla pur sempre di una piccola realtà di 600.000 abitanti su una superficie di 7.000 km quadrati, coltivata prevalentemente a zenzero, curcuma, grano saraceno, fagioli neri, cardamomo e mandarini. Estendere tale prassi, a livello globale e su territori vastissimi richiede sforzi economici, sociali e politici molto diversi ma pare che una svolta bio non sia poi così impossibile da ipotizzare su scala mondiale.

Perchè? Potrebbero essere decisive, in tal senso, le nuove tendenze del mercato europeo, ad esempio. Secondo il recente rapporto presentato dal Servizio di Ricerca del Parlamento Europeo, che riprende i dati forniti dal dossier “The world of organic agricolture 2015” gli europei stanno consumando sempre più prodotti biologici, grazie ad una penetrante campagna di sensibilizzazione mediatica e culturale sul tema della salute e della sostenibilità ambientale.

In Europa esistono 10,2 milioni di ettari coltivati con tecniche biologiche, ovvero il 5,7% del totale dei terreni coltivabili, ma queste percentuali salgono fino all’8,9%, come nel caso dell'Italia. Nel nostro Paese vantiamo 46.000 produttori, cifra che ci pone in cima alla classifica degli altri Stati membri. Il secondo posto è occupato dalla Spagna, con 30.502. In Italia il mercato del biologico vale un fatturato di 2 miliardi di euro, quarto per grandezza all’interno dell’UE dopo quello tedesco (7,6 miliardi), francese (4,4 miliardi) e del Regno unito (2,1 miliardi).

Non bastano questi numeri? E allora consideriamo che un ottavo dei produttori di alimenti biologici nel Mondo è europeo, laddove i consumatori – affermano i dati – guardano soprattutto alla tutela dell’ambiente (87%), poi alla certezza di non consumare organismi geneticamente modificati (86%) o trattati con pesticidi (85%), e al desiderio di mangiare prodotti locali e di stagione (80%). Ogni cittadino europeo spende in media 43,8 euro in cibo biologico l’anno, ma le cifre sono molto variabili e attestano che un danese ne spende 163, mentre un tedesco 93.

Dunque la strada, o quantomeno la spinta verso una possibile riconversione su scala globale dell'agricoltura ad un sistema totalmente biologico e naturale può essere intrapresa. Lo dicono i numeri. Lo sostengono molti esperti.

In fondo, come sempre accade nelle logiche umane, il fattore economico è decisivo e se passerà il concetto che anche l'agricoltura bio è redditizia, allora il piccolo grande miracolo del Sikkim non sarà più soltanto una bella storia dal sapore esotico.

 

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