Il profumo di mio padre, la Shoah vista con gli occhi del figlio di un sopravvissuto ai campi di sterminio

«Noi figli dei sopravvissuti alle camere a gas di Birkenau non siamo normali. Lo sa bene la mia amata moglie e lo sanno i miei figli, e forse le mogli di tutti i figli della Shoah e i loro amati figli. Come prima le nostre madri o padri. Noi non abbiamo ascoltato solo parole dolci e tenere dai nostri padri, non solo favole ci è capitato di ascoltare, ma il silenzio impastato di lacrime e urla».
Di Emanuele Fiano, architetto e deputato da sempre in prima linea contro i rigurgiti del neofascismo e dell’antisemitismo, avevo avuto modo di apprezzare alcuni interventi in Parlamento e, pertanto, anche incuriosito dalle recensioni che ne hanno accompagnato il primo anno di vita, mi sono con piacere avvicinato alla lettura del suo Il profumo di mio padre. L’eredità di un figlio della Shoah (Piemme, 2021), un sentito memoriale da cui apprendiamo la storia della famiglia dell’autore, una famiglia segnata «dalla tragedia degli scomparsi e dal dolore e dal ricordo dei vivi».
Emanuele, ancora bambino, si ritrova a fare i conti con qualcosa più grande di lui, qualcosa che ancora non sa spiegare ma che fin da subito lo segna nel profondo: si pensi, ad esempio, al numero impresso sul braccio del padre che, marchiato come tutti i deportati all’ingresso del campo di concentramento, al piccolo che gli chiede chiarimenti racconta di aver semplicemente annotato un numero di telefono da ricordare.
Le vicissitudini del padre di Emanuele Fiano, Nedo, sono devastanti perché tutti i suoi familiari furono uccisi, o con gas tossici o nei forni crematori. Vi erano campi, come Auschwitz, dove i deportati dovevano lavorare in condizioni disumane per aziende tedesche e ve ne erano altri in cui la deportazione non aveva altro fine che lo sterminio. Gli ebrei venivano ammassati, denudati e depilati senza alcun riguardo, per essere poi “gassati” (in alcuni campi verranno uccise centinaia di migliaia di persone provenienti da tutte le nazioni europee).
Nedo, poi, farà sempre particolare attenzione alle valigie: tutti i gruppi di ebrei che arrivavano nei campi di sterminio portavano con sé le poche cose che avevano potuto raccogliere prima di lasciare le proprie case, cose che erano comunque costretti ad abbandonare ed ammassare prima di varcarne l’ingresso. Le valigie di casa Fiano, ricorda Emanuele, dovevano essere sempre pronte per la partenza.
Tra le vittime dell’Olocausto della famiglia Fiano vi fu anche uno zio che era stato un convinto fascista ed un grande sostenitore del regime, ma nonostante ciò non gli furono risparmiati l’arresto e la deportazione. Al dolore si aggiunse lo sgomento per questo trattamento impensabile sino a quando anch’egli non venne caricato su un carro bestiame e portato via in modo disumano.
Seppure Emanuele non sia praticante, conosce e ricorda le celebrazioni di tutte le feste e ricorrenze religiose, in primis quella della Pasqua ebraica con i brani della Bibbia che parlano della schiavitù e dell’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto. Questo è ciò che visse Nedo. Non si trattava di commemorare vecchie ricorrenze, ma della rinnovazione, ora e qui, della storia di Israele e della sua gente. Le ferite fisiche riportate dal padre di Emanuele erano lì a ricordare le vessazioni vissute e la storia dell’Olocausto sempre attuale.
L’autore del libro da adulto ha avuto modo di leggere le memorie dei sopravvissuti di cui non gli aveva parlato il padre ed ha compreso cosa fu realmente l’Olocausto e ciò che rappresentò con lo sterminio di migliaia di ebrei, privati di ogni dignità e di tutti gli affetti con i bambini strappati alle madri.
L’impegno in politica di Emanuele Fiano è anche una rivalsa per tutto ciò che ha vissuto da figlio della Shoah. La politica per lui è intesa come lavoro fatto per risolvere i problemi degli altri, ma anche come appartenenza ad una storia comune.
E, poi, vi sono tanti piccoli fatti che non lo lasceranno mai come, ad esempio, il ricordo della fragranza di un profumo che aveva sempre suo padre, lo stesso profumo che aveva un soldato americano al momento della liberazione.
Il libro, che può vantare pure la prefazione di Liliana Segre, ha certamente un valore particolare, in quanto frutto di una testimonianza diretta che diventa anche atto d’accusa verso coloro che furono complici delle atrocità dei nazisti. A quanti sostengono che il fascismo ha fatto anche cose buone, si può solo rispondere che è stato una dittatura e che ha approvato le leggi razziali ed ha costretto gli ebrei a vivere nella clandestinità per sfuggire alla cattura e alla sicura deportazione. In Italia l’Olocausto è stato consumato con la connivenza del regime fascista al quale deve essere pure contestato e l’unica risposta possibile è che occorre leggere per conoscere, documentarsi e capire ciò che realmente accadde in Italia in quegli anni terribili perché quei fatti non abbiano più a ripetersi.
In conclusione, un bel libro di cui vi consigliamo caldamente la lettura!
Foto di copertina: Pixabay
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Classe 1956, Federico Bizzini è avvocato del Foro di Caltagirone. Nella sua lunga carriera ha curato la assistenza e la difesa in giudizio delle maggiori compagnie di assicurazioni; si occupa di Diritto del Lavoro e delle relative controversie. Ha offerto una difesa completa ai propri assistiti, curandone l'assistenza sia negli aspetti civilistici che negli eventuali risvolti penalistici. Da sempre impegnato nel sociale, è stato giovanissimo consigliere comunale a Caltagirone. Appassionato lettore, cura da anni una rubrica settimanale di recensioni di novità editoriali su una nota emittente televisiva locale.







