Terapia con il plasma iperimmune: trovata la cura contro il Covid-19?

Autore:
Redazione
06/05/2020 - 03:29

Potrebbe essere nel sangue dei guariti la chiave per curare, almeno nei casi più seri, i malati di Covid-19. La terapia con il plasma iperimmune, ricco degli anticorpi sviluppati dal guarito, è una delle strade che si stanno percorrendo per trovare una cura a un virus per il quale al momento non esistono soluzioni definitive. In Italia si sta sperimentando al Policlinico San Matteo di Pavia e all'Ospedale Carlo Poma di Mantova, e i primi risultati, a detta dei ricercatori, sono incoraggianti.

La tecnica è complessa, ma nota agli scienziati da molti anni: «Noi alla Emory University (Atlanta, Georgia) l’abbiamo usata già nel 2015 in pazienti con Ebola» spiega il virologo Guido Silvestri.

«Il concetto di plasma convalescente è in pista da trent’anni. Inoltre, nelle altre due epidemie da coronavirus, ovvero la SARS del 2002 e la MERS del 2012, è stato adoperato con successo; infine, la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ne ammette l’utilizzo nel caso di malattie gravi per cui non ci sia un trattamento farmacologico efficace», aggiunge Massimo Franchini, ematologo e direttore del Dipartimento di Medicina Trasfusionale ed Ematologia dell’Ospedale Carlo Poma.

Non mancano, poi, anche nel caso del SARS-CoV-2, studi internazionali pubblicati ormai da mesi (ad esempio, https://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/2763983): il plasma è stato testato sui pazienti in Cina durante la prima fase della pandemia ed in America il trattamento è stato approvato dalla FDA a marzo (ad oggi negli USA sono state fatte 4.400 infusioni con plasma donato da oltre 8.000 convalescenti).

DI COSA SI TRATTA

Il plasma, ovvero la parte più “liquida” del nostro sangue, è composto da acqua, proteine, nutrienti, ormoni, quindi senza elementi corpuscolati (ossia globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). Per questo è di colore chiaro e non più rosso. Ma soprattutto, contiene una quota di anticorpi che si sono formati dopo la battaglia vinta contro il virus, i cosiddetti anticorpi neutralizzanti, che si legano all'agente patogeno e lo marcano.

Sui risultati dei vari studi, sottolinea ancora Silvestri in un suo intervento sul portale Medical Facts, «l'impressione preliminare è che si tratti di un approccio molto promettente. Tra i vantaggi, oltre al precedente di Ebola e al razionale fisiopatologico, citerei l'entusiasmo dei donatori (noi ne abbiamo davvero tantissimi, anche se non tutti hanno un titolo alto di anticorpi anti-SARS-CoV-2), il basso costo e la minima tossicità. Lo svantaggio principale, non insormontabile, è la virtuale impossibilità di standardizzare vista la variabilità da donatore a donatore».

In effetti, anche se i risultati sono buoni, non bisogna dimenticare i due problemi principali: la disponibilità appunto e il fatto che il plasma, e le proteine che contiene, deve essere compatibile con l'individuo a cui si fa l'infusione. Per questo all'Istituto Mario Negri si sta testando un'altra strada, come ha spiegato all'AGI il suo fondatore Silvio Garattini: «Si sta cercando di non somministrare tutto il plasma, ma di estrarre solo gli anticorpi neutralizzanti, proprio per evitare problemi di incompatibilità. In tempi non lunghissimi, entro la fine di maggio, dovremmo avere le prime risposte».

In generale, comunque, anche per Garattini quella del plasma «è una via assolutamente da seguire, i primi dati disponibili sembrano interessanti. Ma non sarà “la terapia”, si tratta di una cura per l'emergenza, finché non verranno messi a punto farmaci specifici, anche perché il trattamento deve essere in ambito ospedaliero, e solo su pazienti in condizioni serie».

QUANDO USARE LA TERAPIA

Un aspetto importante di questo trattamento che sta entusiasmando parecchi addetti ai lavori è legato al “momentoin cui il plasma prelevato da pazienti che hanno superato la fase critica della malattia va trasfuso in persone ancora ammalate.

«Il momento giusto per immetterlo è ad uno stadio preciso della malattia: si hanno già delle manifestazioni gravi, come la scarsa ossigenazione, si è sottoposti a ventilazione assistita con casco CPAP, ma non si è ancora intubati», afferma Massimo Franchini.

La scelta del momento per iniziare la terapia non è particolare secondario «perché abbiamo imparato che con questa malattia ci si può aggravare anche nel giro di poche ore. E che questo processo a un certo punto diventa irreversibile». Quando la cura funziona, invece, si osserva una “regressione”. «Sembra quasi che riusciamo a tenere il paziente per mano e a tirarlo fuori dal baratro», sottolinea il dottor Franchini.

Bisogna, inoltre, sottolineare che il trattamento non presenta controindicazioni e che, come dichiarato dal dottor Cesare Perotti, direttore del Servizio Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del San Matteo di Pavia che, insieme a Massimo Franchini, ha dato il via alla sua sperimentazione, si tratta di «una terapia che può benissimo essere complementare alle altre - farmaci, anticorpi monoclonali etc. - senza interferire con esse».

Giuseppe De Donno, direttore di Pneumologia all’Ospedale Carlo Poma, in una intervista a il Fatto Quotidiano, ha aggiunto che «il bello è che il nostro modello non varrà solo per il Covid-19, ma in generale per tutte le manifestazioni virologiche che potrebbero presentarsi in futuro. Non utilizzare ilplasma di convalescenzanon è un peccato veniale, ma un peccato mortale. Dico questo perché fino a questo momento abbiamo avuto qualche ostacolo per esportare questa terapia».

IL PARERE DELL’AVIS

Per fare chiarezza sull’impiego del plasma iperimmune contro il coronavirus è intervenuto anche il presidente di AVIS NAZIONALE, Gianpietro Briola.

«Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie. Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio. È comunque importante sottolineare che questo approccio ha dimostrato che il plasma contiene degli elementi che funzionano contro il virus e lo neutralizzano. AVIS, insieme al mondo scientifico e al Centro Nazionale Sangue, sta seguendo con molta attenzione l’evoluzione e si sta adoperando per studiare queste opportunità. Al momento, però, è importante mantenere la calma e informarsi sempre attraverso fonti attendibili e non creare false aspettative. Appena conosceremo il test che meglio è in grado di rilevare e dosare questi specifici anticorpi e non appena le aziende di plasmaderivazione saranno in grado di produrre le immunoglobuline specifiche, coinvolgeremo la generosità dei donatori per la plasmaferesi».

CONCLUSIONI

La sperimentazione della terapia pare aver ottenuto risultati eccezionali e lo stesso Cesare Perotti ha ribadito che «il plasma iperimmune funziona andando direttamente sul virus e uccidendolo, il cosiddetto “killing diretto”. L’analisi dei dati dello studio è in corso, ma posso dire che la percentuale di efficacia è molto soddisfacente».

Una soddisfazione che ritroviamo anche nelle dichiarazioni al Corriere della Sera di Giuseppe De Donno: «La cura funziona. In tutto questo mese non abbiamo avuto decessi fra le persone trattate. Solo pazienti che sono migliorati fino a guarire oppure che si sono stabilizzati. Nessuno si è aggravato. Non è più aneddotica: abbiamo testimonianze e decorsi clinici di tanti pazienti. Abbiamo sottoposto tutto alla comunità scientifica, siamo in attesa di pubblicazione. Però vorrei precisare che non possiamo alimentare false speranze. Mi spiego: se la malattia ha lavorato a lungo fino a compromettere la funzionalità degli organi non c’è plasma che tenga. In quel caso la mortalità resta alta perché la virosi non c’è più e quindi non è più il virus il nemico ma sono i danni prodotti dal virus. Per questo i pazienti molto gravi non possono essere arruolati nel nostro protocollo di ricerca».

In conclusione, in attesa di conoscere nel dettaglio i risultati definitivi del lavoro di Perotti e dei suoi colleghi, non sarà inutile leggere le seguenti parole riportate in una nota dell’Ospedale Carlo Poma: «La terapia con il plasma non è una cura miracolosa, ma uno strumento che insieme ad altri potrà consentirci di affrontare nel modo migliore questa epidemia. Mettere in contrapposizione vaccino, test sierologici o virologici, plasma, terapie farmacologiche o terapie di supporto è insensato, poiché dobbiamo disporre di tutte le armi possibili per fare fronte alla minaccia devastante rappresentata dal coronavirus».

(AGI/Paolo Giorgi/Maria Teresa Santaguida - AVIS)

 

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