Etna, raccontare la “Muntagna” tra meraviglia e terrore

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19/02/2019 - 08:04

LaMuntagnaama farsi ammirare, attirando tutti gli sguardi verso i suoi spettacolari sbuffi infuocati, ma allo stesso tempo temere come una madre infuriata decisa a mettere in punizione il proprio figlio. “Noi”, figli dell’Etna, siamo avvezzi sia ai suoi rimproveri e scatti d’ira, che alle volte sono stati causa di distruzione e disperazione, sia alla sua meraviglia naturale da cui abbiamo sempre ritrovato la forza di rinascere.

Amore e odio, meraviglia e terrore, sono i sentimenti contrapposti che il Mongibello infonde ai suoi abitanti e ai forestieri stupiti di poter vedere tanto nitidamente qualcosa di così spettacolare come un vulcano in attività. Di seguito si tratterà dello stupore, della paura e del fascino che il Monte Etna ha suscitato negli animi più inclini a raccogliere e successivamente condividere per mezzo della propria scrittura la paralizzante bellezza del nostro Vulcano.

Nel Libro III dell’Eneide, attraverso la mirabile descrizione del poeta latino Virgilio, possiamo immaginare la paura e lo sbigottimento negli sguardi di Enea, del vecchio Anchise e dei loro compagni troiani alla vista della meravigliosa eruzione del Monte Etna. Ancora a largo del mar Ionio, essi distinguono il Vulcano circondato da una scura nube di fumo e sormontato da scintille di fuoco, udendo «i fremiti, i muggiti e i tuoni orrendi» causati dal ribollire del magma nei sotterranei. Lo spettacolo che accoglie la nave troiana è dovuto all’ira del superbo gigante Encelado, collocato dalla dea Atena sotto l’isola. Egli, quando, per dolore o per lassezza fisica, sgranchisce i suoi muscoli intorpiditi o semplicemente sospira, scuote il Mongibello e tutta l’isola. Ciò provoca il fuoriuscire del fuoco dal “ferito petto” del Monte che riempie di tuoni e di fumo le campagne vicine e il cielo.

Come narra il poeta latino Ovidio nella sua opera Le Metamorfosi, la responsabilità delle furiose eruzioni dell’Etna possono essere attribuite anche al gigante Tifeo che, per aver osato sfidare il re degli dèi, venne imprigionato sotto la grande Trinacria. Quando il gigante con il suo grande corpo, che sorregge tutta l’isola (con la mano destra il promontorio di Messina oggi detto Capo del Faro, con la sinistra Pachino, con le gambe il Capo Boeo, in provincia di Trapani, e con la testa l’Etna), si risveglia e prova disperatamente a sollevarsi ne conseguono rovesci di fiamme e macerie seguiti da forti terremoti da far paura anche al re dei morti. Una paura tale da far temere a quest’ultimo, come spiega Ovidio, «che la terra si scoperchi e si dischiuda in una grande fenditura da cui possa entrare la luce ad atterrire e mettere in confusione le ombre».

Dunque, secondo quanto narrato dai miti e dai grandi poeti latini come Virgilio ed Ovidio, è l’ira dei giganti, costretti dalla punizione divina a sopportare il grave peso dell’intera isola, a fare esplodere il vulcano e a spaventare la gente che vi abita o che vi approda. È interessante aggiungere anche ciò che spiega Lucrezio nel Libro VI del De Rerum Natura sul moto vulcanico prendendo ad esempio lo spaventoso Monte Etna. In questo caso, la volontà del poeta è di liberare gli uomini dall’oscurità dell’ignoranza, dalla paura della morte e degli dèi e dalla superstizione attraverso il razionalismo epicureo, svelando la vera e tragica imperfezione del cosmo con il faro della ragione. A tale scopo Lucrezio illustra il modo e la causa del divampare improvviso di «quella fiamma fuori dalle ampie fornaci dell’Etna», chiarendo che il Monte al suo interno è di forma concava e sostenuto da caverne di roccia. L’infuriare del forte movimento d’aria, nel profondo di queste cavità, sprigiona il fuoco ardente che «con le veloci fiamme, si alza e si slancia in alto così, dritto, dalle gole».

Probabilmente da quando la paura nei confronti dell’Etna smise di essere correlata al timore di qualche punizione divina, il Vulcano divenne gradualmente simbolo identitario della città etnea e i suoi abitanti “figli devoti” e custodi della ricca tradizione mitologica e letteraria che lo raffigura. Sebbene l’identificazione della città di Catania non può fare a meno dell’imponente presenza del Mongibello, tuttavia è facile riscontrare, scambiando quattro chiacchiere con uno straniero, che il nomeEtnanon è ad essa immediatamente associato ma ne prescinde. La “Muntagna”, infatti, può essere considerata la rappresentazione dell’infinite meraviglie naturali che la Sicilia offre al turista e punto di riferimento da quasi tutti i luoghi dell’Isola.

Goethe, nel suo Viaggio in Italia, scrive che anche dai gradini più alti del maestoso Teatro Antico di Taormina è possibile scorgere l’Etna, rendendo lo spettacolare panorama «più dolce di quanto non sia». L’Etna è non solo tappa obbligata per chi visita la costa orientale dell’Isola ma anche l’immagine che lascia forse il ricordo più importante ed entusiasmante dell’intera vacanza. È proprio la letteratura di viaggio che ci dona meravigliosi spezzoni di un paesaggio impreziosito dalle sensazioni di chi, arrivato sul punto più alto del Monte, ha avuto l’irripetibile impressione di vedere «Dio così da vicino, e perciò così grande», come Alexandre Dumas (padre) scrive nella sua opera Lo Speronare.

L’Etna è stata ed è il luogo dell’anima poiché, inspiegabilmente, dalla sua vista è possibile trovare nutrimento alla creatività. Ogni sogno sembra possibile, tanto è esteso e profondo lo scenario che ci si trova ad ammirare. Così è per Maria, la giovane Capinera di Verga, che trascorre un breve ma significativo periodo presso la casa del padre situata sul Monte Ilice, «tra il verde delle vigne che si nascondono nelle valli e circondano le casette, e quel mare ceruleo». La vista della «vetta superba dell’Etna che si slancia verso il cielo» si contrappone alla clausura monastica che la protagonista sarà costretta ad accettare al termine di quel breve intervallo di vita che le è stato concesso per sfuggire all’epidemia di colera. Il Monte diventa metafora della libertà, dei sogni e dell’amore che Maria, una volta ritornata in convento, non potrà più assaporare ma solo ricordare.

Eppure la vita lassù, quasi in cima, non è come appariva alla povera Capinera verghiana. La lava nera e tetra ricopre tutto lo scenario e, insediandosi anche sottoterra, ostacola la nascita e la crescita di ogni radice e provoca la «guerra a morte fra l’uomo e la sciara», come scrive Federico De Roberto in uno dei suoi tanti articoli sull’Etna. Solamente a «colpi di piccone, finché ogni traccia di ostacolo sia rimossa», l’uomo riesce a vincere la sua sfida con il Vulcano e «gli aranci, i limoni, i mandarini vengono su, vegeti e robusti, e producono frutti squisiti che si esportano in tutte le parti del mondo». Ma, conclude De Roberto, se è vero che l’Etna erutta agrumi, qual è il prezzo da pagare?

È forse questa la vera lezione di vita che la “Muntagna” dona ai suoi abitanti? Una domanda a cui è possibile rispondere positivamente se per tale lezione si intenda la fatica di trovare sempre la forza e la speranza di ricominciare anche nelle condizioni più ostili. Perciò l’Etna è vista dai suoi abitanti come una madre che, se punisce, lo fa a fin di bene. Quindi è di particolare importanza, afferma ancora l’autore de I Viceré, se ci si volesse cimentare nello scrivere della gente nata e cresciuta in questa zona della Sicilia, osservare il loro restare «freddi e quasi delusi non solamente dinanzi ad altri grandiosi spettacoli della natura, ma anche in presenza delle migliori opere umane». E, a rinforzare quanto già detto, aggiunge: «Ciò che sta loro dinanzi li ha troppo meravigliati: nulla più li impressiona».

Il motivo, continuerebbe Goliarda Sapienza, è perché «noi siamo di Catania. Là il Monte dà la vita con la neve e la morte con la lava».

 

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