Covid-19: possiamo essere ottimisti? Lo abbiamo chiesto all'infettivologo Iacobello

Autore:
Marisa Falcone
28/01/2021 - 05:03

Mentre la Sicilia è l’unica regione rossa in Italia e i Siciliani, almeno quelli di buona volontà, sono fortemente condizionati dalle limitazioni imposte per contenere i contagi e l’economia langue, abbiamo deciso di rivolgerci ad una fonte autorevole del mondo della infettivologia siciliana per chiedergli se finalmente possiamo sperare e cominciare a essere ottimisti.

Il dottor Carmelo Iacobello, noto infettivologo, è in prima linea sul fronte della lotta al Covid-19 fin da quando in Sicilia è scoppiata l’emergenza. Medico di frontiera quindi, perché le corsie del Reparto di Malattie Infettive, di cui è Direttore, e del Reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania sono state e sono sature per le decine e decine di ricoveri che si sono susseguiti nel corso del 2020 e che ancora continuano. Tantissimi i casi di Covid con cui il dottor Iacobello si è confrontato nel corso di questi mesi roventi, e con lui il suo infaticabile staff di medici ed infermieri che hanno dimenticato le famiglie e le proprie necessità personali per dedicarsi a coloro che hanno subito le aggressioni di un virus in grado di scatenare infiammazioni e trombi nel microcircolo.

Il dottor Iacobello, con la serenità di chi in tanti anni di vita di ospedale ne ha viste tante, ci risponde con affabile cortesia. Lui, che aveva cominciato come geriatra tanti anni fa, si è poi fatto sedurre dal mondo complesso dei microrganismi e dalle loro aggressioni al corpo umano. «L’infettivologia, a differenza delle altre branche della medicina, combatte contro esseri viventi. Non è una battaglia facile quella in cui si affrontano virus, batteri, protozoi e parassiti che hanno trasformato un organismo umano in un campo di battaglia», con questa immagine efficace il dottor Iacobello ci descrive la branca della medicina a cui si dedica con passione. «Alcuni virus penetrati nel corpo si integrano all’interno dei nuclei delle cellule per poi diventare provirus; un pezzo del loro genoma si insedia nelle cellule umane, può sviluppare capacità patogenetiche e riattivarsi, come nel caso del virus della varicella che risvegliandosi causa l’Herpes Zoster, per fare un esempio noto. Ma anche il citomegalovirus, l’Epstein Barr virus (mononucleosi), il papilloma virus e l’HBV (epatite B) possono riattivarsi dopo essere rimasti silenti per anni nelle cellule umane».

Dottor Iacobello, voi infettivologi avevate previsto lo scoppio di una pandemia di simile portata?

«Sono sincero, è stato sottovalutato il rischio pandemia sia da parte delle Istituzioni che da parte del mondo della Sanità. Gli infettivologi, invece, temevano che un virus tipico del mondo animale potesse mutare e trasformarsi in qualcosa di nuovo in grado di colpire gli esseri umani. Temevamo, insomma, il cosiddetto spillover che trasforma i virus a diffusione animale in patogeni per l'uomo, come peraltro era avvenuto in Africa occidentale con Ebola. E il salto di specie rende il patogeno particolarmente trasmissibile con i contatti più meno stretti».

Quindi il Servizio Sanitario non si è preparato in tempo?

«In Italia la Infettivologia ha subito i danni che sono conseguiti alla riduzione dei posti letto praticata per decenni nella Sanità Pubblica e questo ha reso drammatico l’impatto con i pazienti con infezione da Covid-19. La saturazione immediata dei reparti è stata inevitabile. Noi operatori sanitari, all’inizio della pandemia nei mesi di marzo e aprile 2020, ci siamo ritrovati ad operare con grave difficoltà perché di numero insufficiente e privi degli equipaggiamenti necessari a proteggerci dal contagio. Insomma una tempesta perfetta!».

Ma la situazione degli ospedali in Europa era ed è altrettanto drammatica?

«L'Italia aveva ed ha un numero posti letto, soprattutto in terapia intensiva, inferiore agli altri stati, ha bisogno di incrementare il numero dei medici e degli infermieri e di aumentare le attrezzature ospedaliere, indispensabili per gestire adeguatamente l’emergenza».

Quali strategie di politica sanitaria possono migliorare e rendere più efficiente il nostro Servizio Sanitario?

«La Sanità deve imparare a gestire meglio le risorse, bisogna prestare maggiore attenzione alla spesa pubblica. A mio avviso è necessario puntare sui grandi ospedali ai quali occorre riservare il trattamento dei pazienti con patologie acute, come i pazienti Covid. I piccoli ospedali possono occuparsi delle cronicità. Oltre al personale medico e infermieristico che, come ho detto, deve essere aumentato di numero e in particolare gli anestesisti rianimatori e i radiologi, vanno potenziati necessariamente i servizi di trasporto in ambulanza per garantire rapidità di trasferimento del malato presso l’ospedale competente per patologie acute. Particolare attenzione va riservata alla telemedicina, utilissima per la gestione a distanza del malato, va rivisto il ruolo del Medico di Medicina Generale che deve essere messo in condizioni di operare con la tempestività necessaria in caso di patologia acuta».

Quanto è importante il fattore tempo nel trattamento dei malati di Covid?

«La infezione da Covid è una malattia tempo dipendente che impone un intervento terapeutico tempestivo oltre che corretto. Il fattore tempo è quindi importante in questo caso tanto quanto lo è per il trattamento di un ictus o un infarto o di una sepsi. È fondamentale che la diagnosi sia tempestiva e che sia seguita da un attento monitoraggio del paziente in modo che, alle prime avvisaglie di aggravamento, il paziente possa subito essere trasferito in ospedale per le terapie che il caso impone, con la consapevolezza che ancora l’approccio terapeutico risolutivo, quello che possa condurre alla guarigione clinica, deve essere messo bene a fuoco magari dedicando più risorse alla ricerca farmacologica di quante gliene siano state fin ora destinate».

Ma il plasma iperimmune può essere la terapia più adeguata?

«Purtroppo non è così. Il plasma fa effetto solo se somministrato immediatamente dopo il contagio. Ha presente il siero antitetanico che si somministra in caso di ferimento? Ecco l’iniezione antitetanica ha effetto solo se il paziente non ha ancora il tetano. Insomma, il plasma previene l’infezione ma non la cura soprattutto se il paziente è già grave».

Perché la espressione della malattia da Covid varia così tanto da paziente a paziente? C’è chi quasi non si accorge di avere la malattia e c’è chi rischia la vita o la perde.

«Non è chiaro ancora perché le espressioni della malattia siano così diverse tra i soggetti colpiti. Certamente gli obesi rischiano le forme più gravi come in tutte le malattie che hanno componente infiammatoria. Dovremmo effettuare più analisi e raccogliere più dati clinici, per esempio dosare l’omocisteina per verificare se c’è un nesso con la risposta trombofilica nel microcircolo. Dovremmo poter raccogliere più elementi per poter comprendere perché si scatena una tempesta di citochine a cui segue l’interessamento del microcircolo polmonare e poi dell’intero microcircolo come conseguenza della trombofilia. Inoltre, si possono innescare infezioni sovrapposte che certamente peggiorano la coagulopatia».

Dottor Iacobello le armi farmacologiche che avete a disposizione quali sono? C’è un farmaco che può aiutare nella prima fase per evitare l’aggravamento?

«Vorrei precisare innanzitutto che il cortisone non va preso mai in caso di sintomi iniziali perché va ad abbassare le difese immunitarie quando invece il corpo deve essere pronto a difendersi dalla invasione dei virus. Quindi la somministrazione del cortisone deve avvenire in regime ospedaliero o comunque sotto controllo medico quando la saturazione scende sotto il 92%. Utile assumere invece Acido Acetilsalicilico, cioè aspirina, o Nimesulide, cioè Aulin, o Ketoprofene Sale di Lisina, cioè Oki, o Diclofenac, cioè Voltaren. La speranza è nella terapia a base di anticorpi monoclonali, opzione terapeutica che potrebbe risultare vincente su questa grave malattia, ancora una volta se tempestiva. Bisogna puntare sulla individuazione di farmaci che possano evitare l’aggravamento e bloccare la malattia, ma c’è ancora tanto da fare; anzi, a dire il vero, non si è fatto abbastanza per individuare una valida terapia farmacologica che possa controllare la replicazione del virus».

E il Plaquenil?

«Il Plaquenil, ovvero l’idrossiclorochina, non l’avrei messo da parte così presto, meritava e merita una maggiore attenzione perché, somministrato con la dovuta prudenza e precocità, a mio avviso, potrebbe aiutare a risolvere la fase grave».

I vaccini sono la vera speranza?

«I vaccini sono sicuramente un’arma importante per abbattere i contagi e quindi controllare la diffusione del Covid. La campagna vaccinale, se correttamente condotta, potrà aiutarci a ritornare alla normalità. Vedremo se e in che maniera ci condurranno alla immunizzazione di massa. Ma non dobbiamo trascurare la ricerca e la individuazione della terapia farmacologica più appropriata. Confidiamo, inoltre, sul fatto che i virus si modificano e nel tempo riducono la loro capacità di patogenesi».

Ma il rischio di reazioni avverse con la terapia vaccinale esiste? È significativo?

«Il rischio di reazioni avverse importanti è quasi trascurabile; risulta legato soprattutto alla presenza del PEG (polietilenglicole) di cui però non si può fare a meno perché ha la funzione di aumentare la stabilità e la durata delle nanoparticelle lipidiche che avvolgono il frammento di materiale genetico virale che serve a conferire l’immunità. Chi è allergico dovrà valutare con il proprio medico la opportunità di vaccinarsi o meno, lo stesso le donne in gravidanza».

Dottor Iacobello finalmente possiamo cominciare a essere ottimisti e sperare in un domani senza Covid o con un Covid non aggressivo?

«Beh, oggi forse posso finalmente dire che è prudente definirsi solo lievemente pessimisti, ieri sarebbe stato azzardato. Di ottimismo speriamo di parlarne presto».

 

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