E se i ventilatori polmonari non servissero contro il coronavirus?

Autore:
Redazione
15/05/2020 - 02:41

Sta accadendo qualcosa di strano nei contagiati dal Covid-19 che i medici non riescono a spiegare: nell'ultimo mese un numero crescente di persone, arrivate in ospedale con un livello di ossigeno sotto la soglia di sicurezza, riesce a riprendersi senza bisogno dell'aiuto di ventilatori.

Fino a poche settimane fa la scarsa presenza di ossigeno, sotto il 95%, era il primo segnale di un quadro clinico destinato al peggioramento: nel giro di pochi giorni i pazienti sarebbero andati incontro a una grave crisi respiratoria, al danneggiamento degli organi e, infine, alla morte.

In alcuni ospedali, da New York a Londra, sta accadendo qualcosa che, al momento, appare inspiegabile: le persone riprendono a respirare senza bisogno di aiuto, al punto che i medici stanno cominciando a pensare a terapie alternative, che non prevedono il ricorso ai preziosi ventilatori.

«In passato partivi dall'idea che, senza intubarli, li avresti persi», spiega al Wall Street Journal un medico dello Stony Brook University Hospital di New York, Scott Weingart.

Nel Regno Unito il 58,8% di contagiati bisognosi di ventilatori è morto, quasi il doppio rispetto alle vittime per altre patologie respiratorie come la polmonite. A New York l'88% dei 320 pazienti sottoposti a ossigenazione meccanica non ce l'ha fatta, mentre tra quelli che non ne hanno avuto bisogno il tasso di mortalità è stato dell'11,7%. «Adesso non è più così», conferma Weingart. Respirano, restano coscienti, si riprendono da soli. Questi tipi di pazienti sono stati ribattezzati “ipossiemici felici”, riferimento al paradosso tra il basso livello di ossigeno nel sangue e la facilità con cui riescono a respirare.

Tra questi, il caso di un uomo di 42 anni, arrivato al Pronto Soccorso con un livello di ossigeno così basso che sarebbe dovuto essere in stato di incoscienza, invece i medici lo avevano trovato seduto sul letto, a parlare e scherzare. Per rialzare il livello è bastato utilizzare cannule di ossigeno, meno invasive dei ventilatori, composti invece da tubi che arrivano fino alla trachea e che, generalmente, venivano usati in sala operatoria o per assistere pazienti malati di cancro ai polmoni, sclerosi, danni cerebrali.

Il fenomeno, analizzato dal Wall Street Journal, in realtà è stato raccontato per la prima volta un mese fa, grazie a un sito americano specializzato in notizie mediche, STAT, che ha riportato storie di pazienti che, nonostante l'ipossiemia accertata, non presentavano problemi di respirazione. Il sito chiedeva se non fosse il caso di prevedere terapie alternative meno invasive. Il fenomeno potrebbe avere ripercussioni sulle strategie per combattere il virus e portare, finalmente, una buona notizia: la mancanza di ventilatori, all'inizio della pandemia, è stata una delle grandi emergenze che i governi hanno dovuto affrontare, al punto da prospettare, negli ospedali, il ricorso a una macabra scelta su chi salvare, in mancanza di ventilatori per tutti. Adesso potrebbe non essere più un fattore di preoccupazione. Un minore ricorso a questi strumenti potrebbe, inoltre, produrre un altro effetto positivo sui pazienti ricoverati: la riduzione del rischio di infezioni polmonari, che un uso prolungato dei ventilatori può provocare.

(AGI/Massimo Basile)

 

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