Potremmo mai ricostruire il sistema sanitario pubblico in Italia?

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Redazione
13/03/2020 - 20:24

Il coronavirus ci dà una mano ma ha bisogno di mettere sul tavolo qualche migliaio di morti.

 

Di fronte al dilagare di casi di coronavirus, l'Italia cerca di ricostruire le terapie intensive e tornare a far crescere le fila del personale sanitario. Ma deve fare i conti con anni di tagli, che si sono tradotti in una riduzione di posti letto, reparti ospedalieri e operatori sanitari.

«In dieci anni sono stati tolti 37 miliardi alla sanità pubblica e, a farne le spese, sono stati soprattutto quei medici e quegli infermieri che ora si battono eroicamente per arginare l'emergenza in corso», spiega il presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta.

Questadesertificazione ospedaliera”, osserva Carlo Palermo, segretario del sindacato dei medici ANAAO ASSOMED, «ha riguardato soprattutto le regioni del Sud», che rischiano ora di essere ancor più fragili di fronte all'epidemia di Covid-19.

«Ora si cerca di recuperare, ma per anni si è assistito a un grido di allarme inascoltato», osserva Cartabellotta. I tagli aggressivi degli ultimi dieci anni alla sanità pubblica e i regali alla sanità privata hanno la maggior responsabilità di quello che sta dilaniando la pur pasciuta e salubre sanità lombarda, aggredita dalla pandemia.

«Dal 2010 al 2019, il finanziamento pubblico alla sanità ha rappresentato il capitolo di spesa pubblica più facilmente aggredibile e, per scelte politiche, vi sono state destinate meno risorse di quelle programmate». Tutto questo, aggiunge, «è stato portato avanti da governi di colore diverso e almeno il 40% degli oltre 37 miliardi sottratti alla sanità pubblica, ovvero circa 15, sono stati “scippati” al personale dipendente e convenzionato».

Anni di finanziamenti “ridotti alla canna del gas”, spiega Palermo, hanno portato a una riduzione del personale, avvenuta attraverso il blocco del turnover, più evidente nelle regioni meridionali.

«Nel 2017 rispetto al 2009, secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, si contavano 8.000 medici, 2.000 dirigenti sanitari e 36.000 infermieri e altri operatori sanitari in meno».

Altro grande settore di tagli è stato quello dei posti letto. Sebbene, sulla Civetta, recentemente negato da chi i posti letto li deve cercare e non li trova, ecco le prove della scarnificazione della sanità siciliana e siracusana che già vive in emergenza la quotidianità, senza il virus.

«Dal 2003 al 2017 - prosegue Palermo - ne sono stati tagliati circa 70.000. In Italia abbiamo in media 3 posti letto per acuti in ospedale per mille abitanti, che scendono a 2 nelle regioni del Sud. Numeri che spaventano se confrontati con una media europea del 5 per mille, e punte dell'8 per mille in Germania o del 6 in Francia».

Questi tagli hanno prodotto grandi danni alla salute dei cittadini ma anche a quella dei medici e del personale ospedaliero ed extraospedaliero. Non sostituire il personale sanitario e accompagnarlo in urgenza alla pensione, quasi fossero inutili e sostituibili con facilità le professionalità rifinite e di eccellenza, frutto di decenni di esperienza e studi, è stato esiziale per tutti.

Questo si è tradotto anche in taglio dei reparti. «Centinaia sono stati eliminati o accorpati, tra cui moltissimi proprio nell'area di malattie infettive, terapia intensiva e pneumologia». Questa desertificazione ospedaliera, conclude Palermo, «è stata messa in campo con i piani di rientro gestiti all'insegna di politiche economicistiche poco attente alla salute dei cittadini».

Ed eccoci agli annunci dei dirigenti siracusani: concorsi in urgenza per medici ed infermieri anche cercando pensionati con incarichi a sei mesi. Nessuna parola sui concorsi non espletati prima, sui primari non di ruolo e facenti funzioni che appestano ogni divisione, insoddisfatti ma pieni di enormi responsabilità derivate proprio dal dover agire con usura a fronte di una realtà che definire stressante è eufemistico.

Chi sta decidendo le soluzioni in emergenza per il coronavirus è lo stesso staff che l’emergenza l’ha negata fino a ieri, lasciando intatte tutte le gravi carenze che cittadini ed operatori denunciavano da decenni, stretti fra decisioni politiche miopi, blocchi delle assunzioni e danze sufi per restare attaccati alla carriera della dirigenza.

Chissà se promettere soluzioni e disegnare progetti con i LEGO in emergenza mentre il virus batte alla porta può farci dormire sonni sereni! Per i cittadini non saprei. Per gli addetti alla sanità è insonnia garantita.

A questo proposito i medici di famiglia dichiarano di avere il primo collega morto per l’epidemia e 250 colleghi tra quarantena e malattia manifesta. Essi affermano con forza che, mentre tutte le decine di circolari e PEC spedite dalle aziende sanitarie indirizzano i malati verso i medici di famiglia per ogni problematica, anche burocratica, oltreché clinica, sono privi di ogni presidio di tutela personale.

Invidiano persino le Forze dell’Ordine agli incroci che usano i presidi individuali di difesa, quelli giusti e non le ridicole mascherine per giocare, mentre questi stessi sono irreperibili per loro che ricevono solo e soltanto ammalati. Ciò è ignobile, incompatibile, diremmo, con la centralità del medico di famiglia, spiattellata ai quattro venti ma sempre ignorata e quasi disprezzata. Dietro ogni medico di famiglia che si ammala o va in quarantena ci sono 1.500 persone che restano senza assistenza. Chi programma sanità lo dimentica sempre ma rimane al posto di comando. Crediamo solo in Italia.

 

L’articolo che avete appena letto è stato scritto dal Medico di Medicina Generale Dino Artale che, insieme al quotidiano La Civetta di Minerva, ci ha gentilmente concesso il permesso di pubblicarlo sulla nostra testata.

 

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