Blocks, a Palermo la mostra che aggiorna il concetto di limite

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Redazione
07/06/2021 - 03:20

La parolablockin inglese significamasso”, “interruzione”, “muroma ancheinsiemeetassello”. Ovvero, allo stesso tempo: “limiteeopportunità”, “separazioneedelemento di connessione”. Un termine duale che ben riesce a sintetizzare il tempo che viviamo, fatto di limiti e ridefinizione di insiemi, relazioni, conoscenze, strumenti.

Blocks. Storie di dialoghi oltre i limiti è il titolo della mostra collettiva che, curata dalla storica dell’arte Daniela Brignone e dalla storica Daniela Brignone (non abbiamo sbagliato a scrivere, ma si tratta di uno straordinario caso di omonimia), traccia un percorso che tocca storie e coscienze da varie parti del mondo attraverso 54 opere di 28 artisti contemporanei provenienti da esperienze e paesi diversi che con le proprie creazioni denuncianolimitie cercano la via per superarli.

L’esposizione, visitabile dal 6 giugno, resterà aperta fino al prossimo 31 luglio. Il progetto è stato promosso dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana insieme al Museo Riso, alla Fondazione e all’Ordine degli Architetti di Palermo e al Rotary eclub Colonne d’Ercole di Palermo.

In questo che è uno dei primi grandi eventi in Sicilia a rappresentare il ritorno in presenza nei luoghi d’arte, si potranno dunque ammirare quadri, sculture, fotografie, installazioni, video e performance che raccontano i muri, i conflitti e le storie che hanno alzato le troppe barriere della contemporaneità. Ad accompagnare la collettiva anche un calendario di eventi collaterali: talk, spettacoli, laboratori e visite didattiche dal vivo e online.

Cuore dell’evento sarà l’Albergo delle Povere di Palermo, trasformato per l’occasione in spazio espositivo multidisciplinare per ospitare opere che affrontano da angolazioni diverse e con linguaggi creativi personali il tema deiblocchi”, dei muri fisici, mentali e sociali. Da sottolineare che, grazie ad una partnership con l’Istituto dei Ciechi di Palermo e con l’Unione Italiana Ciechi, la mostra sarà fruibile con visite guidate anche a ipovedenti e non vedenti. Sarà, inoltre, messo a disposizione uno scoiattolo, offerto dal Rotary, per consentire le visite alle persone con disabilità motoria.

«L’anno che ci lasciamo alle spalle dimostra che l’idea stessa dilimiteha bisogno di essere aggiornata. Che serve accendere i riflettori su cosa oggi significhi e come questo concetto vada reinterpretato rispetto alle urgenze dell’epoca in cui viviamo e agli equilibri geopolitici del nostro tempo», spiegano le due curatrici.

Lungo un percorso che comprende quattro sezioni (conflitti, controllo e potere, pregiudizi, dialoghi) gli artisti selezionati esprimono il proprio punto di vista, quello di chi ha vissuto o conosciuto in modo diretto o indiretto il “muro”, lanciando così con forza un messaggio di superamento dei conflitti.

Le quattro tappe diventano così una sorta di percorso catartico verso il superamento dei blocchi, verso una nuova prospettiva di libertà e condivisione.

Si parte dalla storia e dailimitiche hanno radici nel Novecento - le “due Germanie”, il conflitto israelo-palestinese, il Kazakistan post-sovietico, il nazismo, la guerra in Iraq, la guerra fredda e la corsa agli armamenti nucleari, la ribellione all’autorità in Cinaper arrivare al controllo e al potere esercitato dagli Stati ma anche dal sistema capitalistico e consumistico, fino alle barriere create dai pregiudizi. Temi che oggi assumono anche un significato nuovo e ulteriore, a causa dei limiti e delle chiusure determinate dalla pandemia che ha colpito il mondo intero e dal lockdown. Tutto per giungere al livello più ambito dall’arte: il dialogo.

Sguardi sulla storia che diventano riflessioni contemporanee attraverso l’elaborazione creativa di artisti figli di conflitti atavici come il palestinese Steve Sabella e l’israeliano Eyal Ben Simon, ma anche con la fotografa e video-artist kazaka Almagul Menlibayeva che denuncia l'esecuzione di centinaia di test nucleari nei territori dell’ex cortina di ferro. Analogo valore documentale hanno le testimonianze di Mario Rizzi sull’identità femminile nel mondo arabo, sulla persecuzione delle donne yazide e sul campo profughi di Idomeni. E ancora, il lavoro degli artisti tedeschi, di nascita o adozione, Julia Krahn, Philip Topolovac, Thomas Lange e Uli Weber; le opere della pakistana Maryam Jafri con le sue creazioni-denuncia contro le guerre coloniali di tutti i tempi; o gli scatti del cinese Liu Bolin che fotografa la violenza della globalizzazione; mentre l’italiano Paolo Canevari si scaglia contro i giochi di potere generati dal progresso. Passato e presente si fondono nei racconti del fotografo israeliano Adi Nes, perché ciò che era permane nella nostra dimensione del vivere, e diventano installazioni metafisiche nei lavori di Mateusz Choróbski per narrare la povertà della sua Polonia, creazioni ipertecnologiche nell’arte dell’italiano Donato Piccolo, oppure distopiche con l’americano Jon Kessler che si interroga sul futuro. Opere che diventano specchi di un presente sospeso, interrogativi sul valore dell’umanità, inchieste-denuncia contro il potere dei Signori della Rete come nel lavoro di Paolo Cirio. Ma anche un grandangolo su Paesi poco raccontati dai media come la Croazia nelle sue parti più interne e isolate dove restano segni della guerra e dell’abbandono, fotografati da Igor Grubić. Sotto altre forme, il tema del dominio è ancora evidenziato dal lavoro dell’artista americano William E. Jones che testimonia i macabri esperimenti sulla psiche dei cittadini americani autorizzati dalla CIA.

E poi i video, le installazioni sui fanatismi, blocchi cognitivi forti quanto i blocchi della storia. Differenze che diventano conflitti da parte dell’uomo contro l’uomo, in grado di segnare individui ed intere generazioni e che in Blocks vengono declinati nei linguaggi dell’arte per diventare elemento di confronto e discussione: dal tema delle migrazioni e delle differenze tra popoli (nelle immagini struggenti dell’artista albanese Adrian Paci come nelle installazioni video del duo artistico serbo Doplgenger e dell’artista israeliana Sigalit Landau) alle questioni di genere (affrontate dal sudanese Hassan Musa con opere che raccontano la condizione femminile nel suo Paese).

All’interno dell’Albergo delle Povere le tappe si fanno dunque percorso di osservazione, provocazione, riflessione ma anche anelito di speranza, invito al dialogo con le opere che chiudono la collettiva: installazioni di alcuni degli artisti già citati ma anche di altri nomi internazionali come la brasiliana Andrea de Carvalho, la georgiana Sophie Ko, l’italiana Valentina Palazzari, e il cubano Osvaldo Gonzáles.

La vita è fatta di momenti di incertezza e di instabilità, rileva Renato Ranaldi, di spazi mutevoli, terreni fertili dove tutto può sconfinare o prendere vita in modo indipendente. E così i muri casalinghi di Vittorio Corsini, piccolo atomo di un più vasto sistema, diventano il simbolo di tutti i simboli di questa mostra che racchiude la memoria, la cultura, la dimensione etica e gli affetti.

 

In copertina: Thomas Lange - Gaza (2020 - tecnica mista su cotone 300x400 cm - Courtesy Atelier Thomas Lange - Foto di Dimitri Angelini)

 

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