Pellet: studi inglesi ne dimostrano la pericolosità

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06/03/2017 - 14:47

Considerati oggi come fonte energetica alternativa, non inquinante e rinnovabile, i pellet vengono sottoposti ad un nuovo esame da parte della comunità scientifica. A lanciare l'allerta sono stati gli studiosi inglesi del Royal Institute of International Affairs che hanno condotto uno studio specifico su queste biomasse, ampiamente utilizzate in ambito domestico e non per produrre calore ed energia. Ebbene, secondo quanto emerge dalle rilevazioni dei ricercatori, i pellet inquinano con un relativo danno all'ambente e alla salute pubblica. Come riporta la pubblicazione: “Il legno utilizzato per l'energia ha spesso un'immagine positiva: un prodotto naturale di foreste in crescita. L'industria energetica della biomassa, che è cresciuta rapidamente grazie a sussidi governativi (il riferimento è al contesto britannico - ndr), ama mettere se stessa in contrasto con il carbone o il petrolio. Essa sottolinea i criteri di sostenibilità del governo, che garantiscono fittiziamente una riduzione di almeno il 60 per cento delle emissioni di gas a effetto serra rispetto ai combustibili fossili rispetto a quanto le biomasse facciano. Il problema, in questo quadro felice, tuttavia, è che in realtà le biomasse, quando vengono bruciate, emettono più carbonio per unità di energia rispetto alla maggior parte dei combustibili fossili. L'importo esatto varia a seconda del tipo di biomassa e al tipo e all'età della centrale, ma i dati dalla centrale elettrica di Drax, il più grande consumatore europeo di pellet di legno, mostrano che nel 2013 è stato emesso circa il 13 per cento in più di anidride carbonica per unità di energia generata da biomassa rispetto a quella emessa dal carbone”.

Come spiega Duncan Brack, analista esperto nello studio sull'inquinamento, il principio alla base delle attuali valutazioni d'impatto è fallace: “Il carbonio contenuto nella biomassa legnosa è parte del naturale ciclo della foresta. Il carbonio rilasciato durante la combustione viene assorbito dalla crescita delle foreste in passato e sarà riassorbita dalla crescita delle foreste in futuro; viceversa, i combustibili fossili provengono dall'esterno rispetto a questo ciclo e la loro combustione aggiunge carbonio nell'atmosfera. Ma questo argomento si basa su un errore di base. Il carbonio è carbonio, da qualunque parte provenga, e se si brucia il legno per l'energia, si aumentano le concentrazioni di anidride carbonica nell'atmosfera e in tal modo si contribuisce al mutamento climatico. Il fatto che il carbonio emesso sia stato assorbito da alberi cresciuti in passato è semplicemente irrilevante. (Il legno raccolto -ndr) ...si potrebbe utilizzare per la costruzione o per i mobili o per gli infissi o per una miriade di altri usi, che fissano il carbonio nei prodotti invece che sull'emissione in atmosfera”.


Sussiste, poi, una questione che afferisce a parametri non condivisi ovunque nel Mondo, dato che – ad esempio - in Europa il “valore” del carbonio non sottratto dall’atmosfera è calcolato al taglio della pianta, non quando questa viene bruciata, con conseguente rilascio del quantitativo in una sola volta. È facile immaginare cosa accada con il pellet importato da Stati Uniti o Canada, quindi da Paesi extra UE. Va aggiunto che nel conteggio globale delle emissioni non rientrano nemmeno quelle prodotte dal trasporto del legno stesso e spesso le tratte di percorrenza sono molto lunghe.

Questo studio, con le sue considerazioni, conferma altre precedenti ricerche (tra cui quella italiana del 2015 effettuato da ENEA) che indicano nelle stufe alimentate con legna da ardere delle pericolose fonti di polveri sottili, PM10 e PM2,5 rilasciate nell'atmosfera. Il fumo contiene altri inquinanti pericolosi quali benzene, formaldeide, acroleina, ossidi di azoto e una classe di sostanze chimiche nocive definite IPA (Idrocarburi policiclici aromatici). A questi veleni vanno aggiunte le esalazioni di monossido di carbonio, di cui si conosce ampiamente e tristemente la letalità. Va sottolineato, a prescindere, il fatto che il pellet, definito dalla Specifica Tecnica UNI CEN/TS 14588 come “biocombustibile addensato generalmente in forma cilindrica, di lunghezza casuale tipicamente tra 5mm e 30mm, e con estremità rotte, prodotto da biomassa polverizzata con o senza additivi di pressatura” contenga molto spesso - per l'appunto - vernici, collanti, additivi e altri prodotti chimici la cui combustione è tossica.

In Italia vige il marchio Pellet Gold, promosso da AIEL (Associazione Italiana Energia dal Legno), che si ispira alla norma UNI CEN/TS 14961: esso indica la percentuale di formaldeide del prodotto e prevede controlli contro la radioattività. Il marchio EN plus, che fa riferimento al regolamento europeo, indica la correttezza della filiera produttiva e delle foreste di provenienza. I pellet domestici con marchio EN plus possono essere di categoria A1 (la migliore, con ceneri inferiori allo 0,5%) o A2 (con ceneri fino all'1%). La categoria B, invece, è destinata al pellet di scarsa qualità da usare nelle centrali termiche. Tuttavia, anche queste certificazioni lasciano il tempo che trovano, poiché non sono comunque indicative di un impatto zero su salute e ambiente. A monte di tutto, una certificazione promossa da una associazione che nutre pur sempre i propri interessi nel contesto di una economia basata su legno e derivati non ci sembra possa definirsi totalmente imparziale.


Esistono, quindi, soluzioni pratiche? Riprendendo lo studio inglese del Royal Institute of International Affairs, anche le politiche di rimboschimento adottate da molti Paesi per aumentare l'assorbimento di carbonio si rivelano inefficienti, poiché richiedono tempi troppo lunghi. Tuttavia, una recente trovata dallo spirito green sembra fornire una possibile risposta: sempre dall'Inghilterra arriva  il riciclo dei fondi di caffè per realizzare pellet per stufe e caldaie . Dall'Italia, poi, giunge un progetto che vede la collaborazione tra l'Università degli Studi di Udine e un'azienda locale ha portato avanti uno studio volto al riutilizzo dei fondi di caffè esausti come fonte di energia all'interno di una stufa pirolitica ed al recupero del carbone vegetale ottenuto come ammendante per il terreno.

 

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