L’inclusione comincia dal linguaggio

30/01/2020 - 17:58

Mi hanno profondamente indignato le parole del Governatore della Lombardia il quale, nel commentare un recente risultato elettorale, ha voluto gettare ombre sui risultati positivi conseguiti da una determinata forza politica a lui avversa che, a suo dire strumentalmente, avrebbe accompagnato ai seggi elettorali numerosidisabili”, questo è il termine riportato dai giornali.

No, non si può usare la disabilità come sinonimo di incapacità di autodeterminazione; no, non si può sporcare il gesto di chi si premura di accompagnare a votare una persona con disabilità ingenerando l’idea che alla base vi sia un volgare baratto in cui il passaggio in auto o un braccio offerto per raggiungere la cabina elettorale vengano scambiati con il voto al candidato amico.

Il diritto di voto è sacro in un paese democratico e chiunque ne abbia titolo deve essere messo nelle condizioni di esercitarlo. La disabilità non incrina il diritto di voto; piuttosto chi non garantisce il diritto di voto a chi non può esercitarlo in autonomia fisica conculca l’esercizio di un diritto fondamentale. La disabilità non toglie la libertà di pensare e compiere scelte personali. Mi preoccupano, piuttosto, i cosiddetti normali o abili, che, in tanti, barattano voti in cambio di utilità personali. La capacità di esprimere liberamente e con convinzione il voto in cabina non è legata a una condizione fisica ma alla autonomia di pensiero che è frutto della consapevolezza del valore delle azioni che si compiono.

Le persone con disabilità vanno coinvolte ad ogni livello per abbattere, innanzitutto, le barriere mentali che hanno il sapore amaro del pregiudizio e, poi, anche quelle di natura fisica che ne condizionano la piena partecipazione alla vita sociale, lavorativa e, a volte, anche familiare.

Chi non ha sperimentato, personalmente o accanto al coniuge o a un familiare o a un amico, la disabilità rischia di rotearsi in bocca questo termine e pronunciare slogan che fungono da specchietto per le allodole. Non permettiamo a nessuno di strumentalizzare i bisogni delle persone disabili; né alle Istituzioni in cui non siedono persone disabili né a coloro, e sono tanti, che hanno creato e alimentano quel turpe business costruito sulla disabilità.

Occorre ripulire il linguaggio da termini qualihandicappato”, “ritardato”, “storpio”, “autistico”, “cieco”, “sordo”, “down”, “menomato”, usati per deridere o criticare gli altri; così si offende chi vive sulla propria pelle quella condizione e si contribuisce alla sua emarginazione sociale.

Una persona con disabilità non va mai definitadisabile”; chi viene chiamato “disabile” è una persona e non va identificato con la sua condizione. Anche le parole ghettizzano, appiccicano etichette e contribuiscono a dividere in categorie sociali.

Basta con i pietismi. Imbarazzano e umiliano i discorsi infarciti di “poverino” o “persone meno fortunate”; a causa dell’abuso di questi termini, la disabilità è vista come una iattura e viene gettato un pesante fardello sulle spalle di chi la sperimenta. Dietro i vari “poverino” c’è quel sentimento poco commendevole che si chiama commiserazione e dietro i “persone meno fortunate” c’è il perfido piacere di sentirsi più fortunati e ringraziare, per questa pretesa fortuna, il proprio dio che avrebbe così distribuito premi e applicato punizioni.

L’inclusione parte dal linguaggio, per cui occorre prestare molta attenzione alle parole che vengono pronunciate, a come vengono educati i figli in famiglia e a come educa la scuola.

Io sono disabile motoria e sensoriale, non sono più autonoma, non uso scarpe con tacchi, non ho la patente da oltre 10 anni, ho gettato la toga di avvocato perché non potevo più indossarla. Ma dentro di me non è cambiato nulla, ho capito che la mia autostima nessuno la può scalfire perché è basata sulla consapevolezza che io valgo, al di là delle alterne vicende della vita. Sono più ricca dentro perché oggi i miei parametri di valutazione sono aumentati. Conosco, per esperienza personale, bisogni, carenze, indifferenza sociale, disagio e fastidio verso chi può saltare la fila o parcheggiare in stalli riservati; questo nuovo patrimonio di informazioni mi ha consentito di acquisire piena consapevolezza che solo una vera rivoluzione culturale può salvare da esclusione, emarginazione e commiserazione. È una rivoluzione molto semplice da attuare, basta cambiare il proprio modo di parlare e di pensare, quindi dipende tutto da noi, se lo vogliamo.

 

Marisa Falcone, coordinatrice Commissione Benessere Sociale di A.D.A.S.