L’incontaminata bellezza delle Riserve della provincia di Ragusa

28/09/2016 - 16:20

Ragusa, il capoluogo di  provincia più estremo della Sicilia orientale e del sud d’Italia, rinomata per il suo barocco, inserita fra le città della Val di Noto che appartengono al Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO, oltre alle specialità enogastronomiche, e molte altre risorse, presenta anche un patrimonio naturale di grande valore. Il territorio della provincia di Ragusa è caratterizzato da un insieme di fattori paesaggistici, naturalistici, urbanistici, archeologici e storici, spesso poco conosciuti. Lì dove tanta storia ci parla del passato dell’isola e della provincia, anche la natura trova il suo posto per esprimersi al massimo del suo splendore.

La provincia di Ragusa, custodisce riserve naturale di immane bellezza che si conservano incontaminate. Le riserve Naturali rappresentano le massime espressioni, dal punto di vista naturalistico, di un territorio. Si tratta di aree da tutelare  per le generazioni future, dove attivare politiche di salvaguardia ambientale e di sviluppo sostenibile.

Riserva naturale del fiume Irminio: l’Irminio, nasce dalle falde del Monte Lauro, antico vulcano oramai inattivo dell'altopiano ibleo, e sfocia, dopo un lungo percorso, nel Mar Mediterraneo. Secondo Plinio il Vecchio, il nome Irminio deriverebbe da Hermes, che si innamorò della ninfa Dafnide. Il fiume, sin dall’antichità, collegava i territori interni con la costa, per favorire gli scambi commerciali. L’oasi della foce dell’Irminio è stata dichiarata dalla Regione Siciliana, nel 1985, area naturalistica protetta Naturale “Macchia foresta del fiume Irminio”, ed è gestita dalla Provincia Regionale di Ragusa, al fine di salvaguardare le diversità biologiche della parte costiera, la vegetazione, la serie dinamica della vegetazione culminante nella rarissime espressioni di Macchia foresta del sopra e del retro duna, nonché l’ecosistema ripariale del fiume Irminio. Questa zona è formata da una parte costiera che si affaccia sul Mar Mediterraneo: qui si incontrano il verde della vegetazione e il blu del mare, divisi da una fascia di sabbia bianca. Passeggiare per questa riserva è meraviglioso, fra dune, scogliere e falesie che si alternano in meravigliosi spettacoli.

La riserva ricade nei territori comunali di Ragusa e Scicli e ha un'estensione totale di circa 160 ettari; si tratta di un’area caratterizzata da diversi ambienti, che danno vita ad un ecosistema molto delicato in quanto la sua vicinanza  a  centri abitati (Marina di Ragusa, Donnalucata) altamente antropizzati e a vocazione turistica, potrebbe influenzarla negativamente determinando alterazioni irrevocabili.

In seguito all'evoluzione del paesaggio geomorfologico dell'area della foce, successivamente al medioevo si sono venuti a formare lungo la costa dei cordoni dunali su cui si è insediata la tipica vegetazione. Tali sistemi di dune caratterizzavano le coste basse sabbiose della Sicilia Sud-orientale in tempi anche relativamente recenti, prima che l'uomo intervenisse ad alterarne l'aspetto.

La vegetazione è quella tipica dell’ habitat dunale con lembi di macchia foresta alla foce del fiume. Le piante presenti in questa riserva sono: la Salsola kali, la Calcatreppola marittima, il Ravastrello comune, il Giglio di mare, il Ginepro coccolone, nelle zone più interne macchia mediterranea, e poi l’Efedra fragile, il Lentisco, la Spina santa insulare, il Thè siciliano, l'Asparago, la Brionia, l'Artemisia, la Tamerice, il Fiordaliso delle spiagge, l'Ononide, la Cannuccia di palude il Giunco pungente, la Tifa, il Salice e il Pioppo. Nei pressi delle falesie è possibile trovare esemplari di Palma Nana, Timo Arbustivo, Tabacco Bianco e la Canna.

La fauna della Riserva Naturale del Fiume Irminio è tipicamente limicola con presenza di testuggine palustre, folaga e gallinella d'acqua; gli uccelli attirano maggiormente l'attenzione dei visitatori della riserva, in particolare quelle specie migratorie provenienti dalla vicina Africa, che utilizzano quest'area per riposarsi e rifocillarsi dopo aver attraversato il mar Mediterraneo come il Martin Pescatore, Airone Cinerino, Cormorano, Garzetta, Nitticora, Marzaiola, Tarabusini, Gallinella d’Acqua, Folaga, Cavaliere d’Italia, Occhiocotto, Zigolo nero, Upupa, Gruccione, Ballerina gialla, Ballerina bianca, Poiana, Falco di palude, Colubro leopardiano e Ramarro. Tra gli anfibi troviamo la Rana verde ed il Rospo mentre per i mammiferi la Volpe, il Coniglio e la Donnola.

Tra l’Irminio e il Tellaro si trova  la Cava della Fiumara  di Modica e Scicli, che raccoglie le acque da due bracci montani, uno detto Pozzo dei Pruni e l’altro Cava Janni Mauro. I due bracci confluiscono ed  attraversano l’abitato di Modica e di Scicli ricevendo le acque di piccoli affluenti tra cui quelle delle Cave S. Maria La Nova  e San Bartolomeo. Alla foce, in passato, il fiume formava un’interessante area umida, di cui oggi esiste un’area residua. La fiumara di Modica e Scicli per quasi tutto il suo corso, fino a Scicli scorre tra alte e nudi rupi dove oltre all’interessante vegetazione che caratterizza tali gole; è presente fauna di rilievo che in tali aree trova rifugio e condizioni ideali di vita.

Un sito di particolare bellezza dal punto di vista naturalistico è la Cava del Tellesimo. Originatasi, come tutte le cave del comprensorio ibleo da una frattura su cui l’erosione millenaria delle acque ha operato una profonda incisione. Si tratta dell’unico corso d’acqua che non segue la disposizione a raggiera dell’idrografia ragusana: infatti, non sfocia nel Mar mediterraneo ma nel fiume Tellaro. Nasce dal Monte lauro e nel tratto ragusano riceve le acque dei torrenti Muscia, Montesano, Gisira e del Tellesimo. La valle del Tellaro è ampia e rigogliosa e i pendii delle colline soprastanti sono per lo più dolci e uniformi interrotti solo dai solchi di deflusso delle acque dove si addensa la vegetazione riparia.  Le acque del fiume sono limpide e chiare nel corso superiore mentre diventano prima torbide e biancastre e poi limacciose e verdastre sia per la natura dei terreni attraversati che per la presenza di vegetazione in decomposizione nelle anse stagnanti. La valle è meno aspra di quella dell’Irminio e la vegetazione primitiva era costituita da ombrose selve di Querce (Cerri e Roverelle) che si estendevano fino alla vicina valle dell’Anapo. Oggi è possibile osservare solo alcuni esemplari sparsi di Roverelle  o qualche Cerro abbarbicato in zone impervie.

Il torrente, con la sua forte azione erosiva, ha creato numerose marmitte e conche, denominate “urve”. Nella parte iniziale della cava, le formazioni rocciose delle pareti, essendo quasi perfettamente verticali, presentano una vegetazione povera e discontinua. La dissoluzione delle rocce ampiamente fessurizzate ha creato sul fondo delle gole; troviamo una folta vegetazione con Carrubi selvatici, olivastri, Corbezzoli, Ligustri e Fichi  selvatici. È possibile trovare numerose piante aromatiche: Timo, Nepitella, mentuccia, origano o altre specie tipiche dell’area mediterranea: Palma nana, Teucrio, Ofridi. Ai piedi dei dirupi e lungo le ripe del torrente la vegetazione è lussureggiante con Platani orientali, Salici, frassini, Bagolari, nonché la tipica vegetazione da sottobosco con rovi, edere, smilaci. Nelle acque del Tellesimo vive la Trota macrostigma, un endemismo ibleo che ancora sopravvive malgrado il rischio di ibridazione con altre specie, oltre alle Anguille, alla Tinca e a vari Anfibi (Rana verde, Rana comune, Raganella); sulla terra ferma si rinvengono rettili (Tartaruga terrestre, Geco, Ramarro,. Biscia, Colubro leopardiano, Biacco, Cervone). Tra i mammiferi si rinviene la Martora, Conigli, Riccio, Donnola, Istrice. Tra gli uccelli la Tortora, Colombi, Martin pescatore, Cuculo, Ghiandaia, Beccacce, Falchi, Poiane, Corvi e molti altri.

La Cava d’Ispica è un vero gioiello sia dal punto di vista storico-archeologico che naturalistico. Essa, è nota per l’esistenza di abitazioni e necropoli rupestri, ma possiede scorci e panorami di estrema suggestione ed aspetti naturalistici peculiari ed interessanti. La cava, stretta e lunga 13 chilometri, è solcata da corso d’acqua spesso in secca, il Busaitone o Serramontone; lungo il torrente e sulle basse pendici è presente una fitta vegetazione arborea di ripa con Platani orientali, Pioppi, Salici frammisti ad Oleandri, Sambuchi e Bagolari. Sulle pareti rocciose è presente una fitta vegetazione rappresentata da Capperi, Fichi selvatici, Edera e Clematidi. È presente anche il Trachelio siciliano, una campanulacea endemica. Tra i rappresentanti più interessanti della fauna è segnalata la presenza della Martora. Le acque del Serramontone, prima della bonifica delle paludi, alimentavano con il nome di Rio della Favara, i pantani Bruno e Gariffi. Oggi sono indotte a sfociare tra la spiaggia Pietre nere e S. Maria del Focallo.

L’isola dei Porri è costituita da tre scogli ravvicinati la cui superficie è di appena 1000 mq. È stata inserita nel Piano Regionale Parchi e riserve come riserva integrale per la presenza dell’Allium ampeloprasum (porro). Sull’isola sono stati rinvenuti resti di scheletri umani risalenti probabilmente all’epoca in cui l’isola veniva usata come base dai pirati saraceni. 

Il fondale marino circostante l’isola è caratterizzato da una prateria a Poseidonia oceanica ed è particolarmente suggestivo. Numerose specie animali e vegetali vivono nell’area: aragoste, saraghi, Cernie, Scorfani, Murene, Triglie di scoglio, ricciole, granchi e ricci. È particolarmente adatta per la pratica di escursioni subacquee.

La Riserva Naturale del Pino d’Aleppo è stata istituita nell’anno 1990 ed è gestita dalla Provincia Regionale di Ragusa ed in particolare dall’Assessorato Territorio, Ambiente e Protezione Civile. Essa si estende tra le città di Ragusa, Vittoria e Comiso e occupa la parte bassa del corso del Fiume Ippari, su un’estensione di circa 3000 ettari.

Questa riserva mira a tutelare la specie autoctona di Pinus Halepensis e ricostruire la vecchia pineta distrutta dall’azione dell’uomo. Il Pino d’Aleppo, è una specie di pino tipica della Sicilia che cresce spontaneamente ed è in via d’estinzione. Questo albero può raggiungere fino i 10 m di altezza. Lungo la valle del fiume Ippari, in particolare nelle zone più impervie, questa specie non è rara  e costituisce una pineta per la quale  gli studiosi hanno ipotizzato un origine autoctona e naturale. Il Pino d’Aleppo, allo stato spontaneo, è oramai scomparso dal resto della Sicilia, solo in quest’area, vegeta con un rigoglio, un disordine ed un corteggio di specie minori che ha permesso di ipotizzare che essa rappresenti un lembo relitto dell’originaria foresta che ricopriva in passato il territorio. Il Pino d’Aleppo è una  delle specie di pino litoraneo che è possibile rinvenire nelle pinete  delle terre circummediterranee. È un albero elegante e dal portamento estroso, più variamente e riccamente ramificato degli altri pini. La chioma è più rada e di colore più pallido, tondeggiante in alto, ma talvolta variamente suddivisa sui rami e sui tronchi contorti. Vive di preferenza sui suoli e sulle rocce calcaree nella fascia più calda ed asciutta dei nostri litorali, là dove per ragioni climatiche non riesce ad insediarsi il querceto. È l’albero più adatto a rimboschire sterili litorali, nei quali anche la tipica macchia mediterranea riesce stentatamente a svilupparsi, al suo riparo può, invece, crescere rigogliosa. L’areale del Pino d’Aleppo è strettamente e schiettamente mediterraneo, infatti comprende le coste più calde dalla Spagna all’Asia Minore, dal Marocco alla Siria. Il sottobosco delle pinete a Pino d’Aleppo è rappresentato da una ricca macchia con elementi termofili, fra cui sovente si trova l’Oleastro ed il Carrubo e le altre specie caratteristiche del più caldo climax mediterraneo: l’Oleo-Ceratonion.

La riserva, oltre il Pino, ospita anche pioppi, salici, saliconi, olivastri, carrubi e lentischi. Precedendo verso il mare si incontrano anche querce spinose, ginepri rossi, ginestre bianche, artemisie, palme nane, efredra fragile, timo, erica e orchidee. L’ambiente è diversificato, notevole la presenza di numerose nicchie ecologiche.

La fauna di questi posti è varia e composita. L’Ente gestore, ai fini di una migliore conoscenza del bene preservato, ha commissionato uno studio sulla fauna che ha permesso di censire ben 400 specie diverse: tra queste un ruolo di primaria importanza hanno gli uccelli sia stanziali che migratori provenienti dalla vicina Africa. Notevole è, anche, la presenza di Invertebrati dall’interessante significato ecologico e biogeografico. Un altro studio è stato redatto sulla fauna cunicola dell’area, in particolare sui conigli, finalizzato alla predisposizione di un piano di prelievo di tale specie presente con una popolazione numericamente eccessiva è composta dalla Donnola, dal Riccio, dall'Istrice, dal Coniglio, dalla Lepre, dalla Volpe, dal Topo Quercino e dall'Arvicola. Tra gli uccelli che trovano riparo in questa zona possiamo annoverare il Cardellino, il Verzellino, il Merlo, l'Upupa, il Colombaccio, la Tortora, la Gazza, la Gallinella d'acqua, la Ballerina gialla, la Ballerina bianca, la Poiana, il Gheppio, il Falco di palude; tra i rapaci notturni la Civetta, il Barbagianni, il Cavaliere d'Italia, l'Airone cinerino, la Garzetta, il Germano reale, la Marzaiola, la Volpoca, il Piro piro piccolo, il Martin pescatore e il Gruccione. I rettili che si aggirano in questi posti sono il Colubro leopardino, le Lucertole, i Ramarri, i Gongoli e le Tartarughe. Gli anfibi sono le Rane verdi e i Rospi. I pesci che vivono nelle acque del fiume Ippari sono anguille, noni e tinche. La specie animale più rappresentativa sono gli strigiformi.

La valle dell’Ippari è sempre stata rinomata per le se coltivazioni e per l’abbondante produzione agricola, anche grazie ad un clima particolarmente mite. Relativamente al tipo di coltivazioni tipiche nel territorio, si osserva che procedendo dall’altipiano verso il mare si passa dalla vegetazione rada dei pascoli alle distese collinari ricoperte da carrubi, olivi e mandorli.  Verso Comiso cominciano ad essere più frequenti i vigneti che nei pressi del fiume Ippari rappresentano le coltivazioni più frequenti. Nella vallata  da  Vittoria verso il mare sono frequenti  le coltivazioni ad agrumi. In passato, nel fondovalle le coltivazioni tipiche erano rappresentate da verdure a pieno campo, tra cui i rinomati “sedani giganti”. Attualmente, sia per diverse metodologie colturali, sia per l’elevato inquinamento delle acque del fiume, si è venuto a determinare un paesaggio agrario diverso, spesso monotono.

All’interno della Riserva Naturale sono, però, consentite solo le attività agricole tradizionali e biologiche, compatibili con le finalità istitutive della riserva. La presenza di acqua in questa vallata ha consentito, inoltre, la costruzione di Mulini ad acqua. In passato, nella valle dell’Ippari si svilupparono oltre che la coltura degli ortaggi anche quella del riso e della Canapa, da cui appunto deriva il termine “Cannavate” che significa "Terre canapate", con cui veniva indicato questo territorio. Sporadicamente erano presenti le colture del lino, cotone, tabacco, sesamo ed arachidi. Essendo necessario per tali colture mantenere ed anzi ampliare i pantani presenti nell’area, esse vennero proibite durante il periodo della bonifiche. Altra coltivazione molto importante per la valle era quella della canna per gli innumerevoli usi di questa pianta. Il taglio del canneto veniva effettuato in febbraio o marzo con la luna piena e a secondo della dimensione  venivano suddivise e raccolte: mezza canna o cannizzola, canna bianca e viriuni. Le contrade della valle danno il nome a una serie di canali che le attraversano. Questi canali o Saie vennero costruiti scavando la terra e tagliando la roccia a partire dal livello del fiume e mantenendo una certa pendenza. L’acqua del fiume si capta mediante uno sbarramento “prisa” e viene incanalata nella saia. La parte iniziale del canale è detto “cuoddu”.

Il confine occidentale della provincia di Ragusa è delimitato dal  fiume Acate o Dirillo, che inizia il suo corso nei pressi di Vizzini, e termina nella zona dei Macconi, nei pressi di Acate. Nel tratto in cui attraversa la provincia di Ragusa, è possibile rinvenire tratti residui di bosco con querce da sughero, Pioppi, Frassini, Lentischi e la Quercia spinosa. Nel tratto terminale, in passato, il fiume attraversava nell’area della foce aree pantanose in mezzo a giunchi e cannagiole, superando imponenti dune di sabbia finissima, i Macconi. Questa spiaggia era frequentata abitualmente dalla Tartaruga marina Caretta caretta per l’ovodeposizione.  In passato il retroduna era occupato da un’area umida , che oltre alla vegetazione di particolare interesse, ospitava l’avifauna migratoria. Pare che lo stesso corso del fiume consentisse agli stormi di anatidi ed altri uccelli di passa, di orientare la loro rotta migratoria verso l’Europa settentrionale. Il paesaggio che, oggi, appare subito dopo la stretta fascia costiera è rappresentato da estese coltivazioni in serra che, da una parte hanno consentito agli agricoltori un periodo di benessere economico ma dall’altro hanno sacrificato ambienti unici per la flora e la fauna.

La Cava Randello, situata a Sud Est della Riserva Pino d’Aleppo, nei pressi di Scoglitti, conserva almeno nella parte utilizzata in passato come riserva di caccia, la caratteristica vegetazione dell’area. Costituita da una pineta affacciata sul mare, offre una suggestiva spiaggia che si caratterizza per la presenza di conchiglie multiformi. In passato riserva di caccia privata, è oggi costituita da un bosco di pini e da molteplici varietà arboree tra cui la quercia spinosa, l'eucaliptus, il mirto, il cipresso e altre specie della macchia mediterranea. Sono state segnalate specie endemiche quale Muscari gussonei; è presente la quercia spinosa. I bordi della cava sono popolati da Lentischi, Cisti, Lecci, Olivastri Mirti, piante aromatiche, Efedra, Palma nana, Scilla, Narcisi, Orchidee. Tra endemismi siciliani sono state rinvenute: Orchis commutata, Ophrys discors e Ophrys lunulata, quest’ultima specie rara e protetta con la Convenzione di Washington.

Pantani Longarini, laghi di acqua salmastra separati dal mare da dune di sabbia, sono situati nei dintorni di Ispica, a poche centinaia di metri dalla costa. Tra le poche superfici lacustri della provincia di Ragusa, costituiscono un grande complesso di pantani che si estende per alcuni chilometri tra Ispica e Pachino. Sin dai tempi dei Greci e Romani questa area era utilizzata come porto interno, vista l'impossibilità di creare porti riparati lungo il litorale. La zona è diventata luogo di sosta di diverse varietà di uccelli migratori che, nel corso dei loro spostamenti stagionali dall'Africa al nord Europa, si fermano nell’area dei pantani. Diverse le specie che vi si possono trovare, tra cui il germano reale, il fenicottero, l'airone cinerino, il fischione turco, l’airone e la cicogna.

Infine, non ancora dichiarato come tale per lungaggini burocratiche e contenziosi fra gli enti, abbiamo il Parco dei monti Iblei, che se realizzato, sarà il primo parco nazionale della Sicilia, formato dai territori della provincia di Catania, Siracusa e Ragusa, assieme al parco delle Egadi e al litorale trapanese, al parco delle Eolie e al parco di Pantelleria.

Il territorio ibleo, situato nel cuore del Mediterraneo, costituisce un esempio mirabile di rapporto simbiotico fra paesaggi naturali, storia e cultura millenaria: permangono ancora luoghi di magiche atmosfere, che hanno ispirato nel tempo artisti e che ancora oggi si prestano ad alimentare nuove suggestioni, che svelano l’anima autentica del popolo ibleo in quei siti che aspettano di essere conosciuti, percorsi e vissuti.

 

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