Cardiologia riabilitativa, salva la vita ma è poco usata

Visualizzazioni:
41
07/11/2018 - 08:04

Ancora poco usata in Italia (appena da un paziente su tre) è la cardiologia riabilitativa, ovvero una serie di interventi (riabilitazione motoria, dieta, trattamenti farmacologici) indicati dopo un infarto e dopo interventi di cardiochirurgia coronarica (by-pass) e valvolare e nello scompenso cardiaco, interventi salvavita che riducono mortalità e riospedalizzazioni del 30%.

Sono i dati che arrivano dal congresso del Gruppo Italiano di Cardiologia Riabilitativa e Preventiva (GICR-IACPR) tenutosi nei giorni scorsi a Genova, in cui è stata presentata anche la nuova frontiera del settore: la “cardiologia riabilitativa 3.0”, che si avvarrà sempre più di soluzioni di e-health e di mobile health, quali sensori indossabili dal paziente che consentiranno il monitoraggio da remoto di una serie di parametri vitali e ne controlleranno l'aderenza alla terapia, un aspetto fondamentale perché oltre un paziente su due smette di prendere i farmaci a distanza di due anni dalla prescrizione.

«La cardiologia riabilitativa è la branca forse meno conosciuta e blasonata della cardiologia - rileva Roberto Pedretti, presidente di GICR-IACPR e direttore del Dipartimento di Cardiologia Riabilitativa, Istituti Clinici Scientifici Maugeri, IRCCS, Pavia - ma il non avviare un paziente cardiopatico dopo un evento acuto ad un programma di cardiologia riabilitativa equivale ad unsottotrattamento”, quindi ad esporlo ad un rischio di morte e riospedalizzazione aumentato sino al 30-40%».

Uno dei problemi, spiega Pedretti, emerge dall'ultimo censimento della cardiologia riabilitativa (del 2013) condotto da GICR-IACPR, secondo cui in Italia vi sono appena duecentoventuno strutture dedicate alla cardiologia preventiva e riabilitativa (CPR), in media una struttura ogni 270.000 abitanti, distribuite però in maniera non uniforme sul territorio nazionale, per di più prevalentemente in regime di degenza. «Per incrementare il numero di pazienti trattati - conclude Pedretti - sarà senza dubbio necessario incrementare le strutture di riabilitazione cardiologica sia ospedaliera che ambulatoriale».

E cosa ci attende per il futuro? «La cardiologia riabilitativa - prosegue Pedretti - dovrà sempre più fare i conti con la popolazione anziana, destinata a crescere negli anni, con le sue problematiche di fragilità e di barriere all'accesso alla CPR. Anche la cardiologia riabilitativa si appresta dunque a fare il suo ingresso nella dimensione 3.0, quella del futuro». Se la dimensione 1.0 della cardiologia riabilitativa aveva una connotazione prevalentemente “esercizio-centrica”, quella 2.0 è entrata nell'ottica della “multidisciplinarietà”, comprendendo inoltre al suo interno attività quali la stratificazione prognostica, la stabilizzazione clinica del paziente, l'ottimizzazione della terapia. La nuova frontiera sarà sempre più rappresentata dall'uso di strumenti digitali (e-health), quali sensori di segnali biologici indossabili e applicazioni di mobile health (mHealth) che contribuiranno a motivare il paziente cardiopatico e alla sua gestione ambulatoriale a lungo termine, assicurandone l'aderenza alle prescrizioni farmacologiche e ad un corretto stile di vita: dieta sana, esercizio fisico e astensione totale dal fumo.

(ANSA)

 

clicca e scopri come sostenerci

Aggiungi un commento