Distributori di carburante: quali rischi per la salute?

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26/01/2018 - 07:40

In una realtà purtroppo ancora dominata dal trasporto su mezzi a carburante, il gesto quotidiano di fare rifornimento assume i tratti di una routine. Self-service o servito, benzina senza piombo o diesel, in città come in autostrada, chi guida un veicolo ha spessissimo a che fare con le esalazioni che provengono dai bocchettoni per il rifornimento, ma sono in tanti ad ignorare ciò che accade al nostro organismo quando veniamo sottoposti ai vapori nocivi. Nella maggior parte dei casi, probabilmente, si pensa soltanto alla sgradevole puzza che tocca inalare, ma non è affatto quello il principale (o unico) problema. Inoltre, bisogna tenere in considerazione anche coloro i quali vivono in prossimità delle stazioni di rifornimento, soprattutto nei centri urbani, in linea teorica esposti agli effetti delle esalazioni.

Abbiamo voluto, pertanto, approfondire la questione grazie al raffronto di dati e studi: quel che emerge è un quadro di limitato pericolo, per quanto non sia possibile né sottovalutare né ingigantire la portata del fenomeno. Ma andiamo con ordine.

Bisogna innanzitutto precisare, seguendo la definizione del Ministero della Salute, la natura dei cosiddetti Composti Organici Volatili (COV), ossia quei vapori che vengono rilasciati dai carburanti liquidi: essi sono rappresentati da «numerosi composti chimici quali idrocarburi alifatici, aromatici e clorurati, aldeidi, terpeni, alcoli, esteri e chetoni». Tra questi vi è, ad esempio, il benzene, contenuto in ampia quantità nei carburanti.

Cosa accade al nostro corpo quando inaliamo i COV? Gli effetti del benzene, uno degli idrocarburi rilasciati dalla benzina, sulla nostra salute sono molto preoccupanti. Si parte da nausea, vertigini, irritazione della pelle e delle mucose (tra gli effetti immediati) fino a pesanti conseguenze nel lungo termine. L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha infatti classificato il benzene come “cancerogeno” per l'uomo. Tuttavia, gli effetti sulla salute dipendono molto dalla sensibilità del soggetto, dal livello e dal tipo di esposizione, ma il fatto che non sia possibile fissare un livello limite di sicurezza (così come per tutte le sostanze ritenute cancerogene) deve far riflettere sulla sua pericolosità. È indubbio, però, che siamo in presenza di sostanze allo stato aeriforme che lasciano segni sul nostro organismo, soprattutto sull'apparato respiratorio, circolatorio ed anche nervoso. Ad esposizioni massicce e prolungate, il benzene è stato associato all'insorgenza di leucemia mieloide acuta e leucemia non linfocitica acuta. È stata, inoltre, positivamente associata a leucemia linfocitica acuta, leucemia linfocitica cronica, mieloma multiplo, linfoma non-Hodgkin. Per di più, il benzene è riconosciuto come tossico per lo sviluppo e la riproduzione degli individui di sesso maschile dalla California Environmental Protection Agency. Tutto ciò viene ribadito anche da studi dell'Istituto “Ramazzini” di Bologna, da sempre in prima linea nell'attenzione su questi fenomeni.

Appurato che i COV siano così nocivi per l'uomo (ma anche per ambiente e animali) viene da chiedersi quali misure efficaci siano state adottate per arginare il rischio. Esiste da anni una legge che obbliga i distributori a montare speciali dispositivi che risucchiano i vapori emessi dalla benzina, durante il rifornimento: si tratta della Direttiva Europea 126 del 2009. Essa stabilì che entro il 1° gennaio 2012 tutte le pompe di benzina avrebbero dovuto montare attrezzature specifiche, per garantire la cattura e il recupero dei vapori nocivi di benzina in fuoriuscita durante il rifornimento. In Italia siamo stati addirittura dei precursori, in tal senso, visto che la Legge 4 novembre 1997 n. 413 ha da tempo obbligato gli impianti a dotarsi di questi sistemi. Se vogliamo valutare i risultati di tali disposizioni possiamo consultare un recente pronunciamento di Bruxelles, datato 7 marzo 2017: Relazione della Commissione al Parlamento Europeo e al Consiglio. Secondo quanto riportato, in sintesi, «dalla valutazione è emerso che la direttiva è efficace, efficiente, coerente e pertinente e che presenta un valore aggiunto per l’UE. La valutazione ha evidenziato che la direttiva ha contribuito efficacemente alla riduzione delle emissioni di COV dalla benzina durante il rifornimento dei veicoli a motore nelle stazioni di servizio. Oggi le attività che rientrano nell’ambito di applicazione delle direttive COV-I e COV-II contribuiscono soltanto per lo 0,7% a tutte le emissioni di origine antropica di COV nell’UE».

Queste le conclusioni cui giunge la relazione di Bruxelles, tuttavia se si estende il discorso agli effetti sulla salute di chi vive in prossimità dei distributori, pare che non ci siano indicazioni europee, pronunciamenti o altro. Eppure uno studio spagnolo del 2011, condotto da docenti dell'Università della Murcia, mette in guardia proprio dal pericolo esalazioni anche nelle zone di prossimità. I ricercatori hanno rilevato attorno alle stazioni di servizio l'emissione di sostanze dannose sopra i livelli medi, il cui impatto inquinante si estenderebbe nel raggio di 100 metri. Accanto alle colonnine di carburante, infatti, ci sarebbe una pericolosa dispersione nell'aria di sostanze inquinanti: un mix di gas combusti e incombusti, polveri sottili e altri composti chimici che giungono dalle auto in attesa e dai vapori emessi dai carburanti caricati e scaricati dalle cisterne che riforniscono i benzinai. «Alcuni composti organici nell'aria come il benzene, che aumenta il rischio di cancro, sono stati registrati nelle stazioni di servizio a livelli superiori a quelli medi per le aree urbane dove il traffico è la principale fonte di emissioni», spiega una delle autrici dello studio, Marta Doval. Gli scienziati, il cui lavoro è stato pubblicato sul Journal of Environmental Management, hanno studiato gli effetti della contaminazione potenzialmente dannosa per la salute. La “distanza di sicurezza”, pertanto, non dovrebbe scendere sotto i cinquanta metri, e salire a cento nel caso di edifici e strutture sensibili quali scuole, ospedali e case di cura in cui vivono persone anziane. Gli studiosi spagnoli hanno però precisato che sono stati presi in considerazione fattori come il numero di stazioni nell'area, la quantità di carburanti che esse erogano, l'intensità del traffico. Più questi fattori aumentano, più il rischio si fa concreto.

Insomma, una situazione per certi versi anomala quella di coloro che sono costretti a vivere accanto ai distributori: da un lato esistono norme e strumenti che appaiono efficaci soprattutto nella tutela di chi si trova ad effettuare rifornimento, dall'altro non sembra sia stata posta la dovuta attenzione alle aree abitative poste proprio attorno alle colonnine. Ed il problema, certamente, non si limita alla pur fastidiosa puzza di benzina. Anche in considerazione di questi rischi, la scelta di una mobilità ecosostenibile su scala mondiale appare l'unica strada, virtuosa e senza rischi, da percorrere.

 

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