Fabrizio De André e don Gallo, quell'amicizia sul filo del sacro

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07/03/2019 - 10:27

Fabrizio De André e don Andrea Gallo, il “prete da marciapiede” fondatore della Comunità San Benedetto al Porto, sono stati il binomio perfetto. L'uno la faccia sacra dell'altro, dettero nomi propri a persone trasformate in categorie. Don Gallo scrisse una lettera a Faber il giorno del funerale del cantautore genovese scomparso l’11 gennaio 1999, una lettera in cui meglio si comprende lo straordinario legame tra i due.

«Caro Faber, da tanti anni canto con te per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità. Quanti Geordie o Miché, Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch'io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame. Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo non solo tra le mura del Tempio ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell'esclusione. E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”», scriveva ormai più di vent’anni fa don Gallo, scomparso nel maggio del 2013.

«La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza. Abbiamo riscoperto tutta la tua antologia dell'amore, una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l'aspirazione alla libertà. E soprattutto il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti. Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l'ignoranza, l'arroganza, il potere, l'indifferenza. La Comunità San Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album Tutti morimmo a stento (uscito nel novembre del 1968 NdR), in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l'esplosione atomica. Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l'amore, come a ogni inverno segue la primavera».

Una missiva commovente che si chiude con la trascrizione di alcuni versi di uno dei brani più belli di Faber, Canzone del maggio (“E se credete ora / che tutto sia come prima / perché avete votato ancora / la sicurezza, la disciplina / convinti di allontanare / la paura di cambiare / verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”), e con queste parole: «Caro Faber, parli all'uomo, amando l'uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista. Grazie».

(ANSA/Chiara Carenini)

 

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