Liberare il rapporto medico-paziente dal germe della delusione

Visualizzazioni:
2083
03/02/2017 - 12:52

Medicina umanizzata! Può lasciare perplessi, a primo impatto, l’idea che la medicina necessiti di un serio percorso di umanizzazione.

A.D.A.S. onlus sa bene che cosa pensano tanti pazienti, troppi, sul rapporto medico-paziente connotato da un crescente “malessere comunicativo” che mette a dura prova la fiducia verso la classe medica. Un dato che emerge costantemente in vari studi condotti sulla qualità del rapporto medico-paziente da solo è indicativo della scarsa qualità di questo rapporto: “in media il paziente che racconta la propria storia al medico viene interrotto per la prima volta già dopo 20 secondi”.

Ascoltare ogni giorno numerosi pazienti, soprattutto i cosiddetti “pazienti complessi”, coloro che hanno qualcosa più di una influenza o sono affetti da più di una patologia, coloro che hanno dovuto sottoporsi a uno snervante e costoso girovagare da uno studio medico a un altro, da un ambulatorio ospedaliero a un altro, ci mette nelle condizioni di poter affermare, senza timore di smentite, che alla visita medica il paziente non si sente ascoltato, percepisce nei propri confronti supponenza e noia. Tutte sensazioni che molti di noi che operiamo in A.D.A.S. onlus ben conosciamo per averle sperimentate sulla nostra pelle

I medici non ascoltano e si spazientiscono quando il paziente tenta di raccontarsi e di raccontare con il proprio linguaggio i sintomi, gettano uno sguardo distratto su referti di analisi ed esami strumentali che pure alla visita precedente avevano prescritto e che sono stati effettuati compiendo l’ennesimo salasso al portafoglio della famiglia già duramente provato. Tanti troppi malati e familiari di malati ci raccontano di quanto sia amaro constatare a visita finita che, facendo il paragone tra il tempo che il medico ha dedicato alla prescrizione della lunga lista di controlli e quello che ha dedicato poi, durante la visita successiva, alla lettura dei referti, vince alla grande il primo, spesso in proporzioni di 10 a 1.

In troppi ci riferiscono di medici che non rispondono al telefono, pur sapendo che hanno accettato di seguire pazienti cronici gravi che devono affrontare i disagi di una nuova e più pesante quotidianità; di medici che chiedono compensi per rispondere al telefono o a una mail svilendo il valore della loro professione trasformata così in opportunità per svolgere piccoli commerci: noi paragoniamo i dispensatori di prestazioni più o meno professionali a distanza dietro versamento di un compenso anch’esso a distanza, ai distributori di merce a gettoni che funzionano quando il negozio è chiuso.

A complicare la situazione interviene la marcata tendenza della medicina attuale alla super-specializzazione che determina una pericolosa frammentazione delle competenze, a cui consegue sia che il malato si trovi costretto a peregrinare da uno specialista all’altro sia che si annacqui sempre più la responsabilità per colpa professionale nell’esercizio della professione medica diluita tra i vari specialisti al punto che diventa impossibile individuare chi tra tutti avrebbe dovuto tenere le fila e tirare le somme.

L’eccesso di specializzazioni mediche fa sentire il malato frantumato in mille parti che vengono osservate ad una ad una come reperti anatomici, senza che qualcuno dei tanti medici consultati si preoccupi poi di riassemblare i suoi pezzi e di guardare al suo corpo come si guarda un essere umano che soffre, perché i malati sono persone e non supporti occasionali di organi acciaccati.

Sinceramente noi di A.D.A.S. onlus ci aspettiamo molto di più dalla classe medica, compresa una presa di posizione degli Ordini professionali contro chi offende la professione medica. Riteniamo che il medico non dovrebbe mai dimenticare che buona parte delle conoscenze sulle malattie, in particolare sul corteo dei sintomi che caratterizza il quadro clinico, è noto proprio grazie alle storie raccontate dai pazienti e dai loro familiari che li accompagnano a visita.

Si, perché sentiamo forte il bisogno di medici che nobilitino la professione svolgendola come Missione: competenza, abilità, capacità di individuare i fattori di rischio del paziente, chiarezza e delicatezza al momento della formulazione della diagnosi, personalizzazione e monitoraggio delle cure, impegno a consentire al paziente il raggiungimento di un livello di qualità della vita soddisfacente aiutandolo ad accettare e superare i condizionamenti della malattia, informazione e sensibilizzazione dei familiari e della comunità in cui è inserito il malato.

L’auspicio è che i medici riscoprano il valore della comunicazione verbale e di quella sensibilità sottile che consente di percepire anche i segnali non verbali; che dedichino alle visite un tempo congruo, che evitino di quantificare a priori il tempo di durata della visita o del colloquio e non puntino un orologio che ricorda il tassametro dei tassisti.

Il paziente è un essere che soffre e che fa sacrifici anche economici per arrivare ad una diagnosi e trovare cure che lo aiutino a migliorare la propria qualità della vita; questo il medico non può dimenticarlo o ignorarlo. Il paziente ha bisogno di sentirsi ascoltato e aiutato; deve percepire calore umano durante la visita, perché un corpo che soffre non può essere guardato con distacco.

Occorre empatia alla base del rapporto medico-paziente, perchè essa addolcisce il rapporto e allevia le sofferenze, fa sentire compresi e “accuditi”, esalta e rafforza la fiducia, dona il coraggio di affrontare il percorso diagnostico e terapeutico soprattutto nelle malattie croniche e degenerative, ancor di più nelle malattie senza speranza, consentendo l’avvio di una duratura ed appagante “relazione terapeutica” .

Solo così sarà possibile ricucire il distacco della medicina dal “Bisogno di Salute” sentito intimamente dal malato e recuperare il rapporto medico-paziente liberandolo dal germe della delusione.

 

Marisa Falcone, Direttore Editoriale de ilpapaverorossoweb
​Presidente A.D.A.S. onlus

 

#ilpapaverorossosocial

Seguici su