Bevande e cibi zuccherati: tassarli ne abbassa il consumo?

16/10/2019 - 08:04

Tassare i prodotti alimentari a più alto contenuto di zucchero aggiunto può portare ad una riduzione del loro consumo e di conseguenza ad un miglioramento della salute pubblica.

Da un po’ se ne discute anche in Italia e non a caso la nuova legge di Bilancio 2020, recentemente approvata, porta in dote unasugar taxche sarà però limitata alle bevande altamente zuccherate (al momento, pertanto, non è chiaro quali verranno tassate né quali saranno gli importi).

Ciò detto, per meglio comprendere la situazione, sarà utile sia capire se questo tipo di proposta ha un suo fondamento sia verificare i risultati ottenuti da quei paesi che hanno adottato provvedimenti simili.

CHE COSA NE PENSA L’ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ

La tassazione delle bibite gassate è raccomandata, come uno dei possibili mezzi per ridurre il consumo di zuccheri, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

In un documento del 2017 dell’OMS si legge, infatti, che il problema dell’obesità è significativamente aumentato negli ultimi anni. A livello mondiale, i casi di obesità sono triplicati dal 1975; si stima che, nel 2014, il 39% degli adulti fosse sovrappeso e il 13% obeso; nel 2016, 41 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni era obeso; il numero di bambini e adolescenti obesi è passato da 11 milioni nel 1975 a 124 milioni nel 2016.

L’obesità, scrive ancora l’OMS, porta con sé diverse malattie legate al consumo eccessivo di zuccheri come il diabete, il cancro e le malattie cardiache. Per contrastare la situazione, i governi hanno diverse soluzioni a disposizione, tra cui proprio una tassa sugli zuccheri. «Come tassare il tabacco aiuta a ridurre il consumo di tabacco - si legge nel rapporto - tassare le bevande zuccherate aiuta a ridurre il consumo di zuccheri».

Questo tipo di tassazione, sempre secondo l’OMS, comporta diversi benefici: riduce il consumo di zuccheri (se il costo della bibita aumenta del 20%, i consumi si possono ridurre fino al 20%), fa risparmiare i sistemi sanitari nazionali, aumenta il gettito fiscale e aiuta soprattutto le famiglie a reddito basso a ridurre i consumi di bevande zuccherate.

I PAESI DOVE SONO TASSATI GLI ZUCCHERI

Da uno studio del 2018 del World Cancer Research Fund (WCRF) del 2018, organizzazione non governativa che si occupa di prevenire la diffusione del cancro, risulta che sono una quarantina scarsa i paesi che negli ultimi 40 anni hanno introdotto forme di tassazione sulle bibite gassate.

Nell’elenco troviamo molti piccoli stati insulari (ad esempio Mauritius, Barbados, Tonga), diverse amministrazioni locali degli USA, vari stati del Sud e Centroamerica (Messico, Cile, Ecuador, Perù e altri), stati asiatici e africani (India, Filippine, Tailandia, Sudafrica) e anche numerose nazioni europee. Queste, in particolare, sono Norvegia (già dal 1981 e poi inasprite nel 2017), Finlandia (dal 2011), Ungheria (dal 2011), Francia (dal 2012), Belgio (dal 2016), Portogallo (dal 2017), Catalogna (dal 2017), Regno Unito e Irlanda (dal 2018).

Ma che effetti ha prodotto questo tipo di tassazione in concreto?

GLI EFFETTI DELLA TASSA SUGLI ZUCCHERI

La tassa sulle bevande zuccherate produce effetti a diversi livelli. In primo luogo, riduce i consumi di zuccheri. In Messico - secondo il WCRF - una tassa del 10% ha fatto ridurre i consumi, nei due anni successivi all’introduzione, dell’8,2%.

In Catalogna, secondo uno studio accademico dedicato, la tassa ha ridotto i consumi di bevande zuccherate del 22%, e queste sono state sostituite nel mercato da bevande senza zuccheri o “light”. A Berkeley, città degli USA, la riduzione ha addirittura superato il 50% tra le famiglie con bassi redditi.

A questa riduzione non si dovrebbe associare, secondo quanto sostiene una ricerca pubblicata dalla American Public Health Association nel 2014, una perdita di posti di lavoro. Lo studio ha condotto una simulazione macroeconomica su due stati campione, Illinois e California. Da quel che è emerso, la perdita di posti di lavoro nel settore delle bevande gassate è più che compensata dall’aumento negli altri settori, per cui nel complesso si registra un leggero aumento degli occupati (+0,06% e +0,03%).

La spesa sanitaria pubblica, secondo uno studio accademico statunitense del 2012, si dovrebbe poi ridurre - a fronte di un’accisa di un centesimo di dollaro per oncia di zucchero (28,35 grammi) - di 17 miliardi di dollari in 10 anni: nel decennio 2010-2020 si eviterebbero 2,4 milioni di casi di diabete, 95.000 casi di problemi coronarici, 8.000 infarti, 26.000 morti premature. Inoltre, si avrebbero maggiori entrate, da questa tassa, pari a 13 miliardi di dollari all’anno.

Da registrare, infine, la posizione interessata dei produttori europei di soft drink che sottolineano come, in concreto, negli stati che hanno adottato questo genere di tasse non esistono ancora dati sufficienti per affermare che la riduzione dei consumi abbia prodotto davvero i benefici attesi per la salute. Quasi inutile rimarcare l’ovvietà di tale affermazione: è chiaro, infatti, che determinate valutazioni potranno essere fatte solo sul lungo periodo (la maggior parte di queste tasse sono di recentissima introduzione) e dopo aver raccolto la quantità di dati necessaria.

CONCLUSIONI

Detto che troviamo positivo che finalmente l’argomento abbia attirato l’attenzione generale, siamo però convinti che la tassazione da sola non sia sufficiente (basta forse l’esempio del fumo che, nonostante il costo elevato dei pacchetti di sigarette, rimane una piaga sociale). Bisogna, invece, concentrare l’attenzione sulle buone pratiche facendo sì che il consumatore raggiunga la consapevolezza che determinati prodotti alimentari non rappresentano una scelta di salute.

Infine, perché colpire soltanto chi acquista? Non sarebbe meglio tassare il produttore in modo da costringerlo ad immettere sul mercato alimenti con pochi zuccheri e quindi più sani?

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci