Covid-19: chi guarisce è immune per almeno 6 mesi

Autore:
Redazione
21/01/2021 - 05:42

Coloro che guariscono dal Covid-19 possono beneficiare di una protezione dal virus per almeno sei mesi e, probabilmente, anche molto più a lungo. Ciò accade perché, anche se i livelli di anticorpi calano dopo l'infezione, le cellule B della memoria si evolvono e consentono al sistema immunitario di sviluppare una capacità più duratura ed efficiente che serve a prevenire la reinfezione, compresa quella con altre varianti del virus.

A sostenerlo, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature, è un gruppo di ricercatori della Rockefeller University di New York, coordinati da Michel C. Nussenzweig.

Dai risultati emerge che il sistema immunitarioricordaSARS-CoV-2 e che la qualità degli anticorpi continua a migliorare significativamente anche dopo che l'infezione diminuisce. I ricercatori affermano che gli anticorpi prodotti mesi dopo l'infezione hanno mostrato una maggiore capacità di bloccare il virus, comprese le versioni mutate come la variante sudafricana. Inoltre, hanno scoperto che questi anticorpi migliorati sono prodotti da cellule immunitarie che hanno continuato ad evolversi, apparentemente a causa di una ripetuta esposizione a resti del virus nascosti nel tessuto intestinale.

Sulla base di questi risultati, gli esperti ipotizzano che, quando il paziente guarito incontra nuovamente il virus, la risposta da parte del sistema immunitario sarebbe sia più rapida che più efficace, prevenendo così l'eventuale reinfezione. «Questa è una notizia davvero entusiasmante. Il tipo di risposta immunitaria che vediamo qui potrebbe potenzialmente fornire protezione per un bel po' di tempo, consentendo al corpo di attivare una risposta rapida ed efficace al virus dopo la riesposizione», dicono i ricercatori.

Gli anticorpi, che il sistema immunitario crea in risposta all'infezione, persistono nel plasma sanguigno per diverse settimane o mesi, ma i loro livelli diminuiscono significativamente con il tempo.

Il sistema immunitario ha un modo più efficiente di trattare i patogeni: invece di produrre anticorpi tutto il tempo, crea cellule B della memoria che riconoscono l'agente patogeno e possono liberare rapidamente un nuovo ciclo di anticorpi quando lo incontrano una seconda volta. Ma quanto bene funzioni questa memoria dipende dall'agente patogeno. Per capire cosa succede con SARS-CoV-2, gli scienziati hanno studiato le risposte anticorpali di 87 individui in due periodi diversi: un mese dopo l'infezione e poi di nuovo sei mesi dopo.

Come preventivato, hanno scoperto che, sebbene gli anticorpi fossero ancora rilevabili, il loro numero era notevolmente diminuito dopo sei mesi. Esperimenti di laboratorio hanno dimostrato in effetti che la capacità dei campioni di plasma di neutralizzare il virus è stata ridotta di cinque volte. Al contrario, le cellule B della memoria dei pazienti, in particolare quelle che producono anticorpi contro SARS-CoV-2, non sono diminuite di numero e in alcuni casi sono addirittura leggermente aumentate.

«Il numero complessivo di cellule B della memoria che hanno prodotto anticorpi che attaccano il tallone d'Achille del virus, noto come “dominio di legame al recettore”, è rimasto lo stesso», afferma Christian Gaebler, tra gli autori dello studio. «Questa è una buona notizia perché le cellule B della memoria sono quelle di cui hai bisogno se incontri di nuovo il virus», prosegue l’esperto. Inoltre, uno sguardo più da vicino ai linfociti B della memoria ha rivelato qualcosa di sorprendente: queste cellule avevano subito numerosi cicli di mutazione anche dopo la risoluzione dell'infezione e, di conseguenza, gli anticorpi che producevano erano molto più efficaci degli originali.

Successivi esperimenti di laboratorio hanno dimostrato che questo nuovo set di anticorpi era in grado di attaccarsi meglio al virus e poteva riconoscere anche versioni mutate di esso. «Siamo rimasti sorpresi di vedere che le cellule B della memoria avevano continuato ad evolversi durante questo periodo. Questo accade spesso nelle infezioni croniche, come l'HIV o l'herpes, dove il virus persiste nel corpo. Ma non ci aspettavamo di vederlo con SARS-CoV-2, che si pensa lasci il corpo dopo che l'infezione si è risolta», sottolinea Nussenzweig. SARS-CoV-2 si replica in alcune cellule dei polmoni, della gola superiore e dell'intestino tenue e le particelle virali residue che si nascondono all'interno di questi tessuti potrebbero guidare l'evoluzione delle cellule della memoria.

Per esaminare questa ipotesi, i ricercatori hanno collaborato con Saurabh Mehandru, medico del Mount Sinai Hospital di New York, che aveva esaminato biopsie di tessuto intestinale di persone che si erano riprese da Covid-19 in media tre mesi prima. In sette dei quattordici individui studiati, i test hanno mostrato la presenza del materiale genetico di SARS-CoV-2 e delle sue proteine nelle cellule che rivestono l'intestino. I ricercatori non sanno se questi residui virali siano ancora infettivi o siano semplicemente i resti di virus morti. Il team prevede di studiare più persone per capire meglio quale ruolo possono svolgere i “clandestini virali” sia nella progressione della malattia che nell'immunità.

(Fonte: AGI - Foto di copertina: Pixabay)

 

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