Giovanni Lo Castro: "Non esiste un disagio dei giovani, bensì un disagio degli adulti"

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03/10/2017 - 09:15

Non è facile essere adolescenti. E non lo è mai stato, ma oggi questa fase della nostra esistenza sembra essere diventata ancor più problematica.

I giovani ci appaiono, infatti, più che nel recente passato, lontani dal mondo reale, chiusi nei loro pensieri e sempre in cerca di piaceri illusori o impegnati in progetti vaghi, privi di sostanza. Spesso accusati di superficialità, sono invece inconsapevolmente al centro di un conflitto generazionale che li vede vittime designate di un sistema che, concedendo loro la massima libertà possibile, li ha imbrigliati a tal punto da non lasciare spazio all'azione, alla vita veramente vissuta.

Di tutto questo abbiamo parlato con il professore Giovanni Lo Castro, psicoterapeuta, psicoanalista membro dell'AMP (Associazione Mondiale di Psicoanalisi) e della SLP (Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo Freudiano), docente di Psicologia Clinica all'Università di Catania e presidente dell’Istituto Superiore di Studi Freudiani, Jacques Lacan, le cui significative (e per certi versi, rivoluzionarie) risposte dimostrano come il disagio giovanile debba essere affrontato da una prospettiva diversa per essere realmente compreso.

 

I giovani, un mondo sconosciuto agli occhi degli adulti. Gli adolescenti si chiudono spesso davanti ai più grandi, cercando il più possibile di celare il loro universo. Perché questa paura dell’ambiente esterno e, soprattutto, perché è così difficile avere un dialogo tra giovani e adulti?

«Il trascorrere del tempo non è senza effetti. Il tempo, se ben vissuto, è accumulo di esperienza e porta alla costruzione di soggettività differenti. Per questo le differenze generazionali non sono una patologia, ma la produzione fisiologica di un processo, così come le "difficoltà di dialogo". Quando questa non si crea è probabile che il processo si sia arrestato. Se si parla la stessa lingua e ci si intende subito, allora è probabile che non è avvenuta la differenziazione tra le generazioni. La differenza, contrariamente a quanto viene suggerito di pensare oggi, non è un disvalore e l’uguaglianza non è automaticamente un valore. Il "chiudersi" degli adolescenti (non si dimentichi comunque che l’adolescenza è un'invenzione molto recente) ha almeno due possibili origini, una: l’incontro con l’ignoto, con il nuovo non ancora sperimentato, con la curiosità e con l’angoscia che suscita (ad es. l’ambiente esterno); l’altra: il bisogno di difendere gli spazi, spesso faticosamente conquistati, dalla intrusività dell’adulto. Il dialogo viene reso, fisiologicamente difficile proprio dalla differente collocazione temporale delle generazioni e dalla disparità delle posizioni di potere. Eliminare queste differenze comporta l'eliminazione delle peculiarità che rendono le generazioni individuabili. Forse l’idea del "dialogo" con i giovani, non è altro che un tentativo degli adulti di tenerli sotto controllo (si pensi alle madri che, da amiche, leggono i diari delle figlie!). Più che dialogare, bisogna essere disponibili ad accogliere le loro domande, qualora le pongano, ma senza forzarne i tempi».

È probabile che il loro chiudersi sia una conseguenza delle critiche della società?

«Spesso mi si chiede di parlare del "disagio giovanile". Ho sempre risposto che non esiste un "disagio dei giovani", bensì un "disagio degli adulti" di fronte ai giovani che sembrano non fare quello che si aspettano da loro. In verità i giovani fanno precisamente ciò che è stato loro indicato di fare. Svolgono molto bene il dovere che gli è stato indicato di "fare ciò che gli piace". È vero che gli adolescenti sono normalmente impermeabili alle critiche degli adulti, ma essi hanno necessità di proteggersi. In questo senso la "chiusura" non è un effetto delle critiche, ma un'esigenza di difesa della propria particolarità, dal rischio dell’appiattimento sul desiderio esplicito degli adulti. Tuttavia anche l’adolescente non sfugge al conformismo sociale e lo vediamo con facilità nel suo essere normalmente impegnato a seguire delle "mode" che sembrano create da loro stessi ma che, come ben sappiamo, sono guidate dal mercato».

Crede che le vecchie generazioni lascino poco spazio alle nuove?

«Assolutamente sì! In particolare quella del post-Sessantotto si è impadronita degli spazi e delle identità delle nuove generazioni. Lo ha fatto eliminando le differenze (vedi il padre-fratello e la mamma-sorella), utilizzando gli stessi modelli comportamentali, di vestiario, di modi di dire, di linguaggio, ecc. Lo ha fatto creando il mito dell’"uguale". Mentre ogni generazione, per poter esistere, ha necessità di essere totalmente diversa dalle precedenti. Genitori e figli devono poter vestire, parlare, godere, ecc. in maniera differente. Solo così potranno dire di esistere veramente come entità soggettive individuabili. Non è quanto passa oggi! Epoca in cui spesso è quasi impossibile distinguere genitori e figli, adulti e ragazzi. È per questo che i sociologi, con riferimento alla generazione di quanti hanno oggi 25-45 anni parlano di "generazione fantasma"».

Quali sono le responsabilità della società?

«Una tra tante: quella di avere annullato le scale valoriali che secoli di esperienza avevano fatto giungere sino a noi attraverso la "tradizione". Senza la tradizione - presente solo nei livelli più alti della scala evolutiva, in quanto strategia per l’accumulo e la trasmissione del sapere - il soggetto viene precipitato in un'angosciante indefinitezza del senso dell'esistenza, dal quale si può difendere solo "drogandosi", per questo ha bisogno di stordirsi consumando, non importa cosa (sostanze, oggetti, sesso, ecc.). Qui si inserisce la responsabilità della società che ha creato le condizioni per cui a gestire questa deriva fosse il "padrone" del mercato; colui che, come ci ha insegnato Marx, è ben felice di poter proporre i suoi gadget capaci di rendere tutti "felici". D’altra parte noi non siamo "esseri umani", ma "consumatori", ed il nostro valore si misura in ragione dei nostri consumi. Bauman ha scritto proprio dell’Homo consumens, il cui slogan è: "Consumo dunque sono", perfetto abitatore della nostra società, in cui i legami e l’amore stesso è "liquido". Ma la sicurezza può venire solo dalla solidità, per quanto questa talvolta sia illusoria!».

Quali invece quelle dei giovani?

«Riesco a vedere una sola colpa: il loro essere passivi, asserviti al padrone del mercato ed incapaci di "uccidere" i loro padri, per prenderne il posto, come prevede il ciclo della vita. Ma so anche che in verità, questa inettitudine non è colpa loro, poiché sono stati costruiti appositamente in questo modo; sappiamo anche che noi, i loro padri, siamo stati così vigliacchi che, pur di non essere "uccisi", abbiamo preferito abbandonare il nostro posto e confonderci con loro. Si tratta di un fenomeno che ha un'origine molto antica. Si pensi che già negli anni '30 Jacques Lacan, scriveva: "Stiamo assistendo alla liquefazione del padre". Oggi, dopo l’avvento del femminismo si pone il problema di come fare esistere nuovamente gli uomini (ben altra cosa dei maschi!), affinché possano occupare il posto di quel padre da "uccidere" (simbolicamente) che permetterebbe loro di definirsi come adulti. Ma siamo adesso nel "secolo delle donne" e della madre assoluta, onnipotente e quindi inamovibile (e la madre non può essere uccisa, mentre il padre sì), e quindi il destino delle nuove generazioni è di non uscire dalla fase infantile. Quella in cui lo scopo della vita è godere ed in cui le difficoltà ed i limiti non devono esistere (la società del no limits). Di questo i giovani non hanno colpa, perché, come già dicevano i greci e come leggiamo anche nella Bibbia, sono "le colpe dei padri che ricadono sui figli».

"Lo sballo come divertimento controcorrente". Perché i giovani trovano rifugio in forme tanto insane di ricerca del piacere?

«Cosa significa controcorrente? Cosa significa insano? Non credo che oggi esista una "controcorrente", poiché non può esistere un "contro", se non c’è un no! Mi risulta che ciò che viene insegnato è precisamente il "devi fare quello che ti piace" (non "quello che è giusto", per altro impossibile da definire nella società del "tutto è relativo") e il "devi fare le cose per te e non per gli altri" (quindi escludendo il parere degli altri). Non essendoci un limite (un contro) lo sballo non ha alcun valore di contestazione (magari fosse così!), ma è solo un mettere alla prova i propri limiti interni (non quelli esterni) per trovare il punto in cui si può incontrare il "piacere"; perché il piacere è sempre là dove vi è il limite. Una società senza limiti - la società ipermaterna, quella in cui manca il "non si può tutto", costringe a cercare quel limite che, non essendo stato posto, sfugge sempre, si sposta sempre più in là, obbligando chi vuole godere ad un inseguimento che ha un solo punto di arrivo: il baratro dell’autodistruzione. Ma, d’altra parte, se il senso della vita è godersela, perché non seguire questa via? È questa una forma "insana"? O è l’unica che viene resa possibile?».

Alcol e droga per nascondere un disagio interiore e, se questo non basta, si passa al bisogno di procurarsi dolore. "Chi utilizza l’autolesionismo sostiene che farsi del male li riporti in contatto con il loro corpo e con la mente". Cosa ne pensa lei di questa frase?

«È così: quando il disagio rimane interiore, quando non si può dire ciò di cui si soffre, allora si attivano due vie possibili di espressione: una che vede il tentativo di ammortizzare la sofferenza con l’uso di sostanze e l’altra che implica il corpo. Ma cosa è un corpo e, soprattutto, a cosa serve? Il corpo, ho avuto occasione di scriverlo molti anni fa, non è riducibile all’organismo, piuttosto è un "supporto di scritture" destinato all’altro. Per questo lo trasformiamo, ne abbiamo cura. Se ci facciamo "belli", "desiderabili", ecc. non lo facciamo mai per noi stessi, ma per gli altri. Il "devo piacere a me stesso", non solo è un impossibile, ma è anche un pensare estremamente idiota, così come il "sestessismo", diffuso dai social e dai media. L’esistenza umana senza l’altro diventa insignificante. Il corpo perde il suo senso. Le differenze che porta iscritte (sia quelle biologiche che quelle psicologiche) essendo di ordine simbolico, cioè destinate all’altro, perdono di significato e, non essendo più utilizzabili nella relazione diventano fonte di angoscia. Un corpo insignificante diventa insopportabile. Nasce così il bisogno di manipolarlo, di "personalizzarlo", per dargli un possibile significato (vedi la pratica di ricoprirlo di tatuaggi, oggi così diffusa). Un "corpo privo di significazione" può prendere consistenza anche attraverso il dolore. Il dolore dona la certezza al soggetto di esistere; diventa il punto di connessione tra la mente e quella entità, a lui quasi estranea, che è il suo corpo. Su quest’ultimo punto, però, lascerei la risposta aperta, perché la questione dell’autolesionismo ci porta normalmente sul versante della psicopatologia».

Come si potrebbero aiutare questi giovani? Esiste la possibilità di mandar loro un messaggio di speranza?

«Non sono molto ottimista, La mia risposta è già anticipata nella prima parte di queste riflessioni. Si può aiutare chi sente di stare male e quindi chiede aiuto. Ma i giovani, ripeto, non stanno male, anzi! Non ho mai incontrato un giovane che mi abbia detto: "Mi aiuti, ho un disagio giovanile!". Non incontro giovani disperati (cioè senza speranza), ma solo giovani che portano i loro sintomi (attacchi di panico, fobie, difficoltà nella relazione con il partner, ecc.). Incontro però genitori e adulti che si lamentano che i loro figli ed i giovani, ai quali hanno insegnato (stupidamente, anche se in buona fede) "devi fare quello che ti piace", fanno proprio quello che a loro piace! La speranza è un concetto che include la mancanza di un qualcosa che per questo diventa l’oggetto che si "spera" di avere. Ma la nostra società non prevede la mancanza e quindi la speranza. L’unica mancanza che viene indicata è quella del lavoro, cioè di essere messi nel circuito alienante dei "produttori-consumatori", così caro al padrone. Ma è evidente come quelli che hanno un lavoro non sono più felici di chi non lo ha ancora, lo si vede dal fatto che destinano il loro guadagno prevalentemente al consumo di oggetti, la cui funzione è di rendere "sopportabile" l’insensatezza di un'esistenza che consiste nel lavorare/comprare/consumare/buttare, in... attesa di morire. Da questa dolorosa riflessione possiamo escludere solo quanti si sono dati la possibilità di inserire nella loro storia l’Altro; ad esempio nella forma di un partner con il quale condividere il progetto di un'esistenza che vada oltre se stessi, magari includendo la possibilità di fare esistere altri soggetti che ci si augura potranno sperimentare la bellezza della vita (figli). Questo è il mio messaggio di speranza: concedersi il dono di guardare oltre se stessi e permettersi la gioia "di non fare le cose solo per se, ma anche per gli altri", diventando finalmente "rivoluzionari", e non tristi conservatori del pensiero di una generazione il cui fallimento è provato dal giudizio negativo che dà sui suoi figli, giacché "l’albero si vede dai frutti che dà"».

 

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