Liste d’attesa, il “male” cronico dei cittadini

Autore:
Barbara Corbellini
21/02/2017 - 09:20

Il dramma delle liste d’attesa troppo lunghe in Italia costituisce uno degli aspetti che generano maggior malcontento da parte dei cittadini verso il servizio sanitario nazionale. Secondo i dati del rapporto Pit Salute 2016 gli ambiti dove le liste d’attesa giocano un ruolo importante sono gli interventi chirurgici al 35,3%, le visite specialistiche al 34,3%, esami diagnostici al 25,5%, e chemioterapia e radioterapia 4,9%. A livello nazionale il dato significativo è il 54,5% che indica le segnalazioni di lunghe attese, rappresentativo di molte realtà locali in cui l’accesso alle prestazioni sanitarie, come ad esempio ecografie o visite odontoiatriche, è caratterizzato da attese troppo lunghe di mesi e problemi nella gestione degli appuntamenti e delle esenzioni. Ci si domanda da cosa dipende, poche risorse disponibili all’interno delle strutture ospedaliere? Fatto sta che secondo i dati del rapporto Pit Salute 2016, sulla base di molte segnalazioni dei cittadini, la media nazionale di pazienti per infermiere è di 12.

Ciò che è stato riscontrato è che la situazione non è affatto tollerabile dai cittadini, in quanto proprio la mancata risoluzione dei problemi riguardanti questo particolare aspetto è la testimonianza che la questione delle liste d’attesa versa ormai in una fase cronica. Secondo il Piano Nazionale sul contenimento delle liste d’attesa del 2010, ancora in vigore, sono 58 le prestazioni per cui ospedali e ASL devono far rispettare i tempi massimi previsti.

Ecco cosa prevede il piano riguardo le tempistiche per le visite specialistiche, la diagnostica per immagini ed gli esami specialistici. Per quanto riguarda le visite specialistiche il tempo massimo di attesa è di 30 giorni e riguardano i settori di: cardiologia, chirurgia vascolare, dermatologia, endocrinologia, fisiatrica, gastroenterologica, neurologica, oculistica, oncologica, ortopedica ginecologica e otorinolaringoiatria. Riguardo la diagnostica per immagini il tempo massimo di attesa è di 60 giorni e si tratta di: ecocolordoppler cardiaca, ecografia addome, ecografia capo e collo, ecografia mammella, ecografia ostetrica-ginecologica, ecocolordoppler di vasi periferici mammografia, RMN cervello e tronco encefalico, RMN colonna vertebrale, tac senza e con contrasto addome inferiore, tac senza e con contrasto addome completo, tac senza e con contrasto addome superiore, tac senza e con contrasto bacino, tac senza e con contrasto capo, tac senza e con contrasto rachide e speco verbale, tac senza e con contrasto torace.

Infine per poter fare degli esami specialistici il tempo massimo di attesa è di 60 giorni e gli esami sono quelli di: audiometria, colonscopia, elettrocardiogramma, elettrocardiogramma da sforzo, elettrocardiogramma dinamico, elettromiografia, esofagogastroduodenoscopia, fondo oculare, sigmoidoscopia con endoscopio flessibile, spirometria. Insomma il massimo consentito per le visite specialistiche è di 30 giorni di attesa mentre la diagnostica per immagini o esami specialistici bisogna aspettare due mesi, un tempo troppo lungo a parere dei cittadini che lamentano spesso l’urgenza dei casi, soprattutto per quanto riguarda la necessità di dover fare degli esami specialistici.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma questi tempi d’attesa stabiliti per legge sono davvero rispettati? Quel che è certo è che il malcontento tra i cittadini è alle stelle e spesso si vengono a creare situazioni in cui le tempistiche sono così lunghe che molte persone sono costrette a ricorrere alle cure private con sacrifici enormi, ma non tutti possono.

Quanto ai tempi medi di attesa, secondo i dati del Rapporto PIT salute 2016, a cominciare dagli esami: per un esame di mammografia sono stati stimati 15 mesi di attesa, per una risonanza magnetica 12 mesi, per l’ecodoppler 11 mesi e per la tac 10 mesi. Si prosegue poi con gli interventi dove si arriva anche a due anni di attesa e nel frattempo? Per la rimozione di una protesi e per l’intervento all’alluce valgo occorre attendere ben 24 mesi, per un intervento maxillo facciale 20 mesi e per la ricostruzione mammaria 18 mesi. Infine, per quanto riguarda una visita neurologica si può anche aspettare per un anno, visita oculistica e oncologica anche nove mesi e la visita cardiologica 8 mesi.

Insomma la realtà delle tempistiche non fa ben sperare, purtroppo può capitare che le liste d’attesa vengano bloccate anche se questo non è consentito dalla legge. Infatti non è possibile chiudere le prenotazioni per le prestazioni sanitarie, è una pratica vietata dalla Legge Finanziaria 2006 n. 266/05. Ma la realtà è bel diversa, purtroppo capita di trovarsi di fronte a una lista bloccata e questo spesso genera situazioni non proprio favorevoli al paziente: basta pensare ai malati di tumore e alla scientigrafia che non si riesce ad effettuare secondo le corrette tempistiche o alcune ecografie in gravidanza che vanno oltre i tempi per l’aborto terapeutico. In questi casi occorre innanzitutto segnalare l’episodio alla Direzione Generale dell’Azienda Sanitaria e all’Assessorato della Sanità della Regione di residenza. In secondo luogo occorre chiamare il CUP per conoscere quali altre strutture sanitarie possono erogare la prestazione.

Elemento a favore del paziente che dovrebbe agevolarlo nella ricezione della prestazione in tempistiche che siano il più brevi possibili è la possibilità data al medico di base di applicare un codice di priorità alla prestazione richiesta. Sulla ricetta si potrà indicare codice U (urgente) e la prestazione deve essere erogata entro 72 ore, codice B (breve) entro dieci giorni, codice D (differibile) entro 30 giorni le visite e entro 60 gli esami diagnostici e codice P (programmabile).

In caso di mancato rispetto dei tempi massimi l’azienda sanitaria dovrebbe indicare al paziente le strutture pubbliche o private accreditate che assicurano le tempistiche stabilite. Nel caso in cui questo non accade l’azienda sanitaria deve autorizzare la prestazione necessaria al paziente in regime intramurario, la cosiddetta intramoenia. Si tratta della libera professione intramuraria e si riferisce alle prestazioni erogate al di fuori del normale orario di lavoro dei medici dell’ospedale che utilizzano le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell’ospedale stesso. In questo caso il cittadino, non deve sostenere alcun costo aggiuntivo, se non il ticket, se non ne è esente. Secondo i dati del dossier sull’intramoenia 2013 il 49% dei medici italiani lavora con l’intramoenia, quindi quasi la metà. Questo sta ad indicare quanto sia una pratica diffusa, inevitabile conseguenza delle liste d’attesa troppo lunghe le cui tempistiche vengono difficilmente rispettate. I dati del Rapporto PIT 2016 confermano una certa stabilità nel 2015 da parte dei cittadini nel rivolgersi alle procedure d’intramoenia. Si è sviluppata una sorta di abitudine al ricorso a tali procedure in quanto il sistema pubblico sanitario affronta da decenni il problema senza trovare una soluzione effettiva.

Tuttavia, per far fronte al problema delle lunghe liste d’attesa ci sono alcuni esempi virtuosi di ambulatori in funzione ventiquattrore su ventiquattro, ambulatori polifunzionali dove è prevista anche l’attività domiciliare ordinaria e straordinaria, ma saranno sufficienti a colmare le mancanze del sistema sanitario nazionale? 

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