No agli inceneritori, sì alla sostenibilità. Intervista a Paolo Guarnaccia

Da anni si punta a un progetto virtuoso per lo smaltimento e la gestione dei rifiuti, una strategia pulita e trasparente che miri alla valorizzazione delle risorse, alla difesa dell'ambiente e alle concrete esigenze dei cittadini. Un progetto realizzabile soltanto attraverso una buona politica che disincentivi discariche e inceneritori facendo giusta informazione tra la gente.
La separazione alla fonte, la raccolta differenziata porta a porta, una politica di riduzione, la tariffazione puntuale sono solo alcuni dei più importanti passaggi di un modello sostenibile chiamato Rifiuti Zero. Ne abbiamo parlato con Paolo Guarnaccia (in foto), docente al Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A), che ci spiega la pericolosità degli inceneritori e la necessità di affidarci a un ciclo virtuoso per la gestione dei rifiuti.
La Gazzetta ufficiale ha pubblicato nel mese di ottobre il decreto del Consiglio dei Ministri che prevede l'individuazione di otto impianti ad incenerimento con recupero energetico in tutta Italia. Ciò significa incentivare la realizzazione di impianti che brucino rifiuti ricavandone energia. Perché bisogna opporsi a questa scelta?
«L'incenerimento dei rifiuti produce un quarto dell'energia che si potrebbe risparmiare riciclando quei rifiuti, siamo di fronte ad un controsenso dal punto di vista tecnologico e scientifico. L'individuazione e la realizzazione di inceneritori non è un rimedio, poiché il problema degli impianti ad incenerimento non dovrebbe neanche esistere. È una soluzione preistorica in relazione alla gestione delle risorse. I rifiuti infatti non esistono, siamo noi a crearli quando progettiamo dei materiali, soltanto che non prevediamo che alla fine della loro esistenza o del loro utilizzo, questi materiali dovranno essere separabili e inviati rispettivamente nelle filiere del recupero dei materiali. Pertanto ad un errore di progettazione industriale corrisponde un altro errore che è quello meno efficiente per produrre energia. Tra l'altro, tra i diversi modelli di gestione di rifiuti, gli impianti ad incenerimento che per unità di energia elettrica prodotta sono quelli che producono maggiore emissione di CO2. Sul piano energetico inoltre è un errore, perché esistono delle valide alternative all'individuazione degli impianti ad incenerimento. Gli impianti ad incenerimento hanno un impatto negativo sulla salute e sull'ambiente».
Quali sono i maggiori rischi?
«Sul piano delle emissioni dei fumi e delle polveri che si depositano sul terreno, gli inceneritori producono oltre ad una quantità enorme di metalli pesanti, anche diossina, pericolosa in quanto è incolore e inodore, raggiungendo la catena alimentare. Essa si accumula infatti nell'organismo degli animali e di conseguenza raggiunge l'uomo, concentrandosi pericolosamente nell'organismo umano. Mentre l'uomo non può disfarsi dell'accumulo di diossina, la donna riesce a liberarsene in due fasi: attraverso la gravidanza e l'allattamento del figlio, compromettendo il futuro dei figli. Aggiungo, inoltre, che negli impianti, anche in quelli di nuova generazione, dove sono installati dei filtri più moderni, questi non riescono a bloccare le particelle che hanno un diametro inferiore allo 07 micron, le cosiddette nanoparticelle. La normativa non prende in considerazione l'impatto delle nanopolveri, essa si ferma a considerare soltanto le polveri. Il problema è che queste nanopolveri, pericolose per inalazione, sono molecole di metalli pesanti e diossine riescono a passare nelle membrane dei polmoni e di conseguenza vengono assorbiti nell'organismo. Ci sono parecchie dimostrazioni scientifiche che ci dicono come le popolazioni che vivono accanto agli impianti hanno una percentuale di tumori maggiore rispetto a quelle non hanno nelle vicinanze impianti ad incenerimento».
Diciamo no agli inceneritori, ma che tipo di modello si può proporre in alternativa ad essi?
«Si dice no per dire sì ad un modello sostenibile. Il modello si basa sul ruolo di tre componenti: le comunità; i produttori; la politica. La prima si basa sulla responsabilità delle comunità a valle, la comunità deve essere disponibile e deve partecipare attivamente, attraverso campagne di sensibilizzazione che coinvolgano i cittadini nel rispetto della normativa che prevede la riduzione dei rifiuti, il riutilizzo e il loro riciclo. Molti comuni già raggiungono risultati notevoli, soprattutto quando il primo cittadino riesce a isolare le ingerenze di coloro che con i rifiuti riescono a lucrare. Seconda componente è la responsabilità estesa dei produttori che prevede come il materiale a fine utilizzo possa essere riciclato. E la terza è la politica in grado di gestire i rifiuti. Il sistema deve essere comodo e premiare la famiglia virtuosa. Basterebbe un po' di onestà intellettuale e non avere interessi lucrativi per lo smaltimento dei rifiuti, affidarsi alle pratiche di rifiuti zero. Un progetto – quello di rifiuti zero – che può sembrare utopico ma se inquadrato in un arco temporale importante di 10-20 anni allora è possibile. La direzione da seguire è questa, tracciata già dall'ONU che ha promulgato l'Agenda 2030 con i 17 obiettivi per un'economia sostenibile, legata alla promozione dell'ecologia e dell'inclusione sociale e dei diritti».
Come si articola la strategia dei rifiuti zero?
«Con la partecipazione e la trasparenza nello smaltimento e nella gestione dei rifiuti. Il Decreto Legislativo 205 del 2010 ha recepito la Direttiva europea sui rifiuti, essi devono essere gestiti in maniera sostenibile, prevedendo quasi l'azzeramento fiscale a carico dei cittadini. Insomma, premiando le comunità. La strategia dei rifiuti zero si basa su dieci punti, molto concreti, già applicati in molte parti del mondo. Un progetto sostenibile che ci permette di creare le basi per un piano di rifiuti valido. Primo passo è la separazione alla fonte dei rifiuti. Non servono impianti ad incenerimento, servono le mani delle cittadini che separino l'organico dalla frazione secca riciclabile. Mentre per i rifiuti ospedalieri, ci sono le tecnologie che prevedono la disinfezione e la sterilizzazione di essi. Il secondo passo è la raccolta differenziata spinta che permette di avere risultati validi e premia l'utente direttamente, con il controllo che esercitano gli operatori che ritirano il sacchetto esposto e vigilano sulla buona condotta. Il porta a porta è il sistema migliore. Poi ci sono gli impianti di compostaggio: la frazione organica rappresenta il 40 % dei rifiuti, destinata in concime e agricoltura biologica, mentre i rifiuti come la plastica, carta, vetro e metallo rappresentano l'altro 40% dei rifiuti da smaltire. Si ottiene pertanto l'80%, considerando che questo è il minimo. Si tratta soltanto di fare in maniera adeguata la raccolta differenziata, attraverso una giusta sensibilizzazione, una buona amministrazione e i piani che informino in maniera corretta sia i cittadini e sia gli esercenti che hanno dei locali di ristorazione o delle attività commerciali. Segue una politica di riduzione di rifiuti, ed esistono diversi esempi virtuosi. Dalla riduzione degli imballaggi all'usa e getta. Un altro passo è la tariffazione puntuale con la raccolta porta a porta. Si applica la tariffazione puntuale che premia l'utente che conferisce meno frazione residuale. Intanto, basterebbe misurare il sacchetto dell'indifferenziato, per premiare l'utente virtuoso, in funzione di quanto meno differenziato produce. L'utente viene premiato con una riduzione della tassa sui rifiuti.
La tariffazione puntuale è un incentivo, si registra uno scatto del 10% in più della raccolta differenziata. Abbiamo così tre feedback. Il consumatore inizia a modificare le abitudini di acquisto, compra prodotti sfusi e disincentiva gli acquisti imballati che non si possono riciclare o quelli considerati monoporzione. Si attiva un feedback per le industrie, esse sono motivate a non produrre materiali che non vengono acquistati dall'utente consumatore. E poi le ditte che si occupano della raccolta e gestione dei rifiuti, perché probabilmente se nell'indifferenziato si troverà del rifiuto organico si capisce subito che ci sono problemi di comunicazione nel piano di rifiuti. Seguendo queste indicazioni siamo intorno all'80-85% di raccolta differenziata. Tuttavia, bisogna smaltire la frazione residuale. Rifiuti zero suggerisce di costruire degli impianti di trattamento meccanico biologico, trattamento a freddo, a monte della discarica insieme ad un centro di ricerca rifiuti zero che periodicamente fa un'analisi merceologica di quello che che c'è dentro il sacchetto della frazione residuale. Il centro di ricerca deve dare degli input alle aziende. Oltre la ricerca si prevede la riprogettazione dove potrebbero lavorare molti esperti e ricercatori. Negli impianti di trattamento meccanico biologico si fa una separazione con dei vagli, dove da un lato si separa tutto l'organico destinato per produrre biogas con impianti di digestione anaerobica e quello che resta dalla produzione di biogas, il cosiddetto digestato, può essere utilizzato come ammendante, che poi si usa come materiale per altri scopi. Dall'altro lato, esce un materiale come i residui plastici. Da questi residui plastici, si ricava un granulo plastico identico a quello della plastica vergine. Questo viene usato in alcuni materiali, come nei paraurti delle macchine, nelle sedie da ufficio, nei bordi dei marciapiedi, nei manufatti di plastica dura. Alla fine di questo percorso virtuoso non rimane nulla e si raggiunge gradualmente la soglia del 100% di raccolta».
Il piano Rifiuti zero favorisce un impatto positivo, ma allora perché la politica italiana si ostina a puntare sugli impianti ad incenerimento?
«Oggi proporre gli inceneritori significa essere menefreghisti e ignoranti, quando sappiamo che esistono delle alternative migliori in termini di gestione delle risorse. Ci sono grandi interessi che favoriscono la creazione degli inceneritori. Dobbiamo capire che gli inceneritori spaccano la comunità, la dividono dalle decisioni politiche. La pratica dei rifiuti zero integra invece la comunità, favorisce l'economia locale con le cooperative e le realtà che praticano questa strategia. È un crimine pensare ad una macchina che brucia risorse e posti di lavoro. L'incenerimento non aiuta ad una educazione alla sostenibilità».
clicca e scopri come sostenerci
Autore
Autore

Nasce alle pendici dell'Etna, ad Adrano. Vive a Catania facendo spola tra la città e l'entroterra. Classe '87, consegue la laurea magistrale in storia contemporanea. Sono diverse le collaborazioni con le testate giornalistiche che lo aiutano a farsi le ossa. Si occupa di tutela e promozione di beni culturali e ama leggere.







