Prodotti per autolavaggio e SLA: possibile legame?

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02/11/2016 - 15:13

La storia che vi raccontiamo è molto delicata. Per motivi di privacy e per questioni legali, abbiamo preferito non citare i veri nomi delle persone coinvolte, né espliciti riferimenti ad aziende specifiche. Lo scopo di questa inchiesta, che si articola attraverso testimonianze e interviste, è quello di gettare una luce su qualcosa che presenta soltanto ombre.

Tutto inizia nel 2014, quando Vincent (nome di fantasia), un giovane catanese che lavora presso un autolavaggio utilizzato da società di noleggio, comincia ad accusare i primi segni di una grave malattia che verrà diagnosticata solo successivamente. Lo abbiamo incontrato nella sua abitazione e ha voluto raccontarci apertamente la sua storia, pur tutelando – per ovvie ragioni – la propria immagine. “Ho 37 anni e dal 2008 prestavo servizio presso uno dei tanti autolavaggi vicini all'aeroporto Vincenzo Bellini di Catania” - ci racconta Vincent. “Molti di questi vengono utilizzati anche dalle compagnie di noleggio auto, per la pulizia dei veicoli. Così come tanti altri colleghi, ci occupavamo di prendere in consegna le vetture, fare rifornimenti, eseguire alcuni controlli di routine, il livellamento dei liquidi e soprattutto, provvedere alla pulizia delle stesse dopo ogni noleggio, in modo da presentare al cliente successivo un'auto in perfette condizioni. L'azienda per cui lavoravo adottava il sistema delle spazzole, per la pulizia esterna delle carrozzerie dei mezzi. Io, come altri, provvedevo agli interni".

 

Che prodotti usavate?

“In questi casi si adottano dei prodotti specifici, utili a rimuovere lo sporco e le macchie, ridare un aspetto curato ai tessuti interni, lucidare i cruscotti e così via. Nessuno di noi ha mai usato protezioni, guanti, mascherine, già a partire dalle operazioni di travaso dei liquidi pulenti dai grossi bidoni ai recipienti più piccoli, utili ad operare agevolmente dentro gli abitacoli. Nessuno ci ha mai imposto o consigliato di adoperare particolari cautele oltre quelle minime, né comunque si sono mai verificati episodi che ci mettessero in guardia dal pericolo che correvamo”.

(Quanto ai prodotti utilizzati nell'autolavaggio in questione, abbiamo sottoposto le etichette ad un esperto ed i risultati verranno pubblicati nella prossima parte dell'inchiesta).

 

Come si svolgeva il tuo lavoro?

“Bisogna sapere che, in questo settore, in alta stagione, si arrivano a pulire centinaia e centinaia di veicoli a settimana e i tempi sono spesso risicati. Per lavare tante auto in tempi rapidi, purtroppo, si è soliti accelerare le operazioni per cui si ricorre ad alte concentrazioni di prodotti e certe pulizie avvengono in ambienti assolutamente angusti; spesso si lavora in box o gabbiotti stretti senza scarichi particolari e determinate operazioni sono davvero impattanti. Penso, ad esempio, alla sanificazione delle macchine: in pratica si immettono delle sostanze spray nei meccanismi di ricircolo d'aria degli abitacoli e poi si mette in moto il sistema di climatizzazione. In questo modo il prodotto entra in circolo, sanificando il tutto, e poi viene espulso dagli aeratori. Il lavaggio a secco dei mezzi, poi, è una prassi consolidata che permette di risparmiare tempo e denaro. Inoltre, anche chi come me si occupava di interni spesso agiva anche sugli esterni, basti pensare all'applicazione di quelle sostanze detergenti che vengono spruzzate sulle carrozzerie e sui cerchioni prima del passaggio delle spazzole automatiche”.

 

Parliamo della tua malattia. Puoi descriverci il suo decorso, dalle prime sintomatologie ad oggi?

“Tra le fine del 2013 e l'inizio del 2014 ho iniziato ad accusare dei sintomi quali crampi muscolari, formicolii diffusi nel corpo, stanchezza, dolori. Verso la fine del 2014 manifestavo forti spasmi, impaccio motorio alle braccia e alla mano sinistra. I sintomi si sono aggravati e ben presto accusavo cedimenti ai piedi, soprattutto a quello destro. In breve, allarmato da questi segnali anomali del mio corpo ho provveduto ad eseguire diversi esami clinici, ho ascoltato il parere di specialisti quali endocrinologi e reumatologi, ma non si arrivava ad una diagnosi concreta. Gli accertamenti iniziali non evidenziavano nulla di anomalo, a parte un valore alto, ossia il CPK (l’enzima CPK gestisce la produzione di energia a livello del cuore, del cervello e dei muscoli striati, che sono quelli che controlliamo volontariamente. In generale, un valore alto può indicare il grado di affaticamento muscolare – ndr). In occasione di una grave crisi, sono stato ricoverato presso una struttura pubblica catanese, ma anche in quel caso non si arrivò a diagnosticare qualcosa di preciso. Effettuai anche una elettromiografia al braccio, ma nulla. Restava, comunque, quel valore altissimo del CPK e decisi di procedere a controlli neurologici: mi fu diagnosticata, addirittura una forma di depressione, con tanto di prescrizione di antidepressivi e anti epilettici blandi. Ma erano totalmente fuori strada.

Dopo un peregrinare in strutture pubbliche e private a Catania, mi rivolsi al policlinico di Messina, presso il centro “Nemo”, una realtà d'eccellenza. Fu lì che si iniziò a parlare di malattia neuro-degenerativa, dopo gli esami di rito. A ottobre 2015 arrivò, purtroppo, la prima diagnosi: malattia dei motoneuroni. Questa certificazione di diagnosi di patologia rara mi è stata necessaria, inoltre, ai fini del riconoscimento del diritto all'esenzione. All'interno della famiglia delle malattie dei motoneuroni è compresa la SLA, ovvero Sclerosi Laterale Amiotrofica, che è la patologia di cui soffro ormai e che mi ha portato in breve allo stato attuale, su questa carrozzina elettronica”.

 

Come si convive con questa malattia?

La mia vita è cambiata totalmente, non lavoro più, tante cose della quotidianità non le posso più vivere, per ovvi motivi. Oltre a ciò, ho dovuto fare i conti con la burocrazia: prima di arrivare al riconoscimento di invalidità al 100% - giunta solo pochi giorni fa - è passato un anno, in cui la malattia si aggravava velocemente. Il SSN mi rimborsa solo alcuni farmaci, ma io sostengo spese notevoli per quelli sperimentali, per cui ogni bimestre vanno via centinaia di euro. Abitando al secondo piano dovrò affrontare di tasca mia le spese per l'ascensore e chissà quando rivedrò una parte dei rimborso che mi spetta. Ma io non mi abbatto, lotto con tutte le mie forze, confido anche nei farmaci sperimentali per tenere un po' a bada la malattia e cerco di conviverci nel migliore dei modi, con il supporto e l'affetto di mia moglie, dei miei cari e di tanti amici”.

 

Oltre a Vincent, nello stesso ambiente di lavoro, altri due colleghi sono affetti da gravi patologie: uno di essi soffre di Sclerosi Multipla, l'altro manifesta un cancro allo stomaco. La nostra inchiesta parte anche da questa singolare “coincidenza”, poiché in un team di una ventina di persone, tutte a contatto diretto con prodotti per la pulizia dei veicoli, è quantomeno strano che vi sia una incidenza tale. Cercheremo di indagare a fondo, con rigore scientifico, per capire se il contatto diretto e l'inalazione massiccia e quotidiana di sostanze tossiche abbia potuto portare all'insorgenza delle malattie citate.

In ultima battuta, una considerazione personale di chi scrive: l'incontro con questo ragazzo, che lotta con una grande forza d'animo, ha accresciuto la voglia di andare a fondo in questa vicenda. Lo dobbiamo a Vincent, Lo dobbiamo alla sua famiglia, lo dobbiamo ai piccoli grandi gesti d'amore che li uniscono e che ho potuto ammirare nel corso dell'intervista. Lo dobbiamo ai suoi colleghi, anch'essi in lotta con qualcosa di davvero ingiusto. Perché se da un lato il lavoro nobilita l'Uomo, non può certo essere causa di sofferenza e malattia: una costante attenzione verso le condizioni di sicurezza dei lavoratori deve essere messa in cima alle priorità, di tutti gli attori coinvolti.

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