Tumori, in Italia oltre due anni per avere farmaci innovativi

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Redazione
04/12/2019 - 01:53

In Italia, in media, servono più di due anni per accedere ai nuovi farmaci oncologici. Tempi che si allungano anche perché le singole regioni regolamentano l'accesso sulla base di differenti prontuari terapeutici che, è la richiesta degli oncologi, “devono essere aboliti”.

A fare il punto è stata l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) in occasione del suo XXI Congresso Nazionale: «I tempi di approvazione sono troppo lunghi. Va garantita la disponibilità immediata delle terapie salvavita», denuncia la presidente Stefania Gori.

Oggi, nella maggior parte delle regioni, i prontuari hanno carattere vincolante e determinano gravi conseguenze a danno dei pazienti oncologici, che in qualche caso devono aspettare appunto oltre due anni per accedere ai farmaci anticancro innovativi. Tempi di latenza che nel nostro Paese sono, in parte, superati con diverse disposizioni che regolano l'accesso e la prescrizione di farmaci già approvati dall'ente regolatorio europeo EMA (European Medicines Agency) prima del rimborso a carico del Servizio Sanitario Nazionale: è il cosiddetto early access, accesso anticipato alle terapie. I percorsi principali per accedere ai nuovi farmaci sono l'accesso al Fondo AIFA del 5% e la Legge 648/1996, che consentono la totale rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), e l'uso compassionevole o nominale, con fornitura gratuita da parte dell'azienda farmaceutica. Proprio per sensibilizzare oncologi e pazienti, AIOM e Fondazione AIOM hanno realizzato due opuscoli sull'early access, che, realizzati con il supporto non condizionato di AstraZeneca, saranno distribuiti in tutte le oncologie e presso le associazioni dei pazienti.

È fondamentale, quindi, garantire una disponibilità più tempestiva dei farmaci innovativi ma oggi in Italia, rilevano gli oncologi, accanto al SSN convivono diciannove regioni e due province autonome, che presiedono altrettanti comitati che valutano il recepimento del farmaco nelle strutture sanitarie del loro territorio. Nella maggior parte delle regioni italiane è presente un Prontuario Terapeutico Ospedaliero Regionale (PTOR) che è vincolante. I prontuari locali, afferma Fabrizio Nicolis, presidente Fondazione AIOM, «di fatto, aggiungono uno step nell'iter, già di base lungo, di approvazione e recepimento del nuovo farmaco, prima che quest'ultimo sia realmente disponibile. Assistiamo a situazioni in cui l'accesso a una terapia è possibile per pazienti di una regione ma non per quelli di una regione contigua. Realtà inaccettabili».

Tra le iniziative volte a sensibilizzare clinici e cittadini sull’argomento anche un tour in cinque regioni. «Vi sono diverse norme che regolano l'accesso precoce alle terapie. Tra queste anche la Legge 94/1998 (detta anche “Legge Di Bella”), che consente la prescrizione da parte di un medico, sotto la sua esclusiva e diretta responsabilità, di medicinali regolarmente in commercio, per uso al di fuori delle condizioni di registrazione. È il cosiddetto impiego off label», sottolinea Massimo Di Maio, direttore dell'Oncologia dell'Ospedale Mauriziano di Torino.

PIÙ IMPEGNO SU SCREENING, SOLO 55% DONNE ESEGUE MAMMOGRAFIA

Serve più impegno sugli screening, con l'obiettivo di incrementarli del +10% in cinque anni. Ciò per abbattere ulteriormente la mortalità per tumori in Italia.

«E dobbiamo fare di tutto - afferma la presidente AIOM Stefania Gori - perché l'adesione agli screening preventivi aumenti al Sud, dove è più scarsa. Per ridurre il carico di malattia dobbiamo ampliare le campagne di prevenzione. È quindi necessario adottare provvedimenti urgenti per sensibilizzare i cittadini sul ruolo della prevenzione primaria (stili di vita sani) e secondaria (screening anticancro)».

Nel nostro Paese, infatti, solo il 55% delle donne esegue la mammografia per individuare in fase iniziale il carcinoma della mammella, la neoplasia più frequente in tutta la popolazione (53.500 nuovi casi stimati nel 2019). E soltanto il 41% dei cittadini effettua il test per la ricerca del sangue occulto fecale per la diagnosi precoce del cancro del colon-retto, il secondo per incidenza (49.000 nel 2019). I nuovi casi di tumore, in Italia, «tendono a diminuire. Nel 2019 sono stimate 371.000 diagnosi (erano 373.000 nel 2018). Aumentano invece le persone che vivono dopo la scoperta della malattia: oggi sono quasi 3 milioni e mezzo (erano circa 3 milioni nel 2015). Il calo complessivo delle diagnosi va ricondotto proprio all'efficacia dei programmi di screening», afferma Stefania Gori.

Quello per il tumore del colon-retto permette di individuare anche i polipi a rischio di trasformazione maligna, sottolinea il presidente eletto AIOM Giordano Beretta: «Nel 2017, oltre 6 milioni di cittadini tra i 50 e i 69 anni sono stati invitati a eseguire il test. Ma la partecipazione complessiva si attesta solo al 41%, con quasi trenta punti percentuali di differenza fra Nord (52%) e Sud (24%). Nonostante la bassa adesione, questa attività ha portato, nel 2017, all'individuazione e al trattamento di 3.061 carcinomi e di 17.379 adenomi avanzati». Infine, vanno implementate le reti oncologiche regionali, conclude l'AIOM, oggi attive soltanto in Lombardia, Piemonte e Valle d'Aosta, Veneto, Toscana, Umbria, Liguria, Puglia, Campania e nella Provincia Autonoma di Trento.

(ANSA)

 

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