Borotalco e cancro, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso di Johnson & Johnson

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Redazione
15/06/2021 - 04:39

La polvere di borotalco fa parte da secoli del rito quotidiano del cambio di pannolini dei neonati, inoltre viene usata anche dagli adulti per rinfrescare la pelle.
Eppure da decenni la scienza mette in guardia dai rischi legati alla inalazione di questa polvere bianca, di cui può benissimo farsi a meno non avendo poi il suo uso, o abuso, una vera utilità se non la piaceviole sensazione di avere la pelle profumata e asciutta.
Per chi proprio non riesce a farne a meno c'è la possibilità di ricorrere a polveri naturali a base di amido di riso e amido di mais.

Il talco è un minerale di origine secondaria, presente sia nelle rocce eruttive sia, di frequente, in quelle metamorfiche; contiene silicato di magnesio e può avere in sé piccole quantità di sostanze pericolose che possono determinare problemi alle vie respiratorie e non solo. Tra i minerali pericolosi che possono esservi contenuti vi è l’asbesto che, se inalato, può determinare patologie polmonari anche gravi come il mesotelioma, un tumore della pleura molto aggressivo. Le polveri di talco, giova evidenziarlo, sono ritenute pericolose per i polmoni dei lavoratori dell'industria mineraria estrattiva e per gli addetti alla sua manipolazione.

Come è risaputo, negli anni la Johnson & Johnson, nota produttrice di un borotalco per neonati, è stata in più occasioni citata in giudizio perché ritenuta responsabile della produzione e messa in commercio di borotalco contenente fibre di amianto il cui uso avrebbe determinato l'insorgenza di gravi forme tumorali nelle donne.

È di questi giorni la notizia che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il ricorso proposto dalla Johnson & Johnson contro la sentenza storica del 2018 emessa da una giuria di Saint Louis (Missouri) che aveva riconosciuto la multinazionale colpevole dei danni alla salute delle donne che le avevano fatto causa e aveva liquidato loro a titolo di risarcimento dei danni una somma pari a 25 milioni di dollari per ognuna; oltre al pagamento delle dette somme, la azienda è stata condannata al pagamento della ulteriore somma di più di 4 miliardi di dollari per danni punitivi, cifra quest’ultima dimezzata in sede di appello.

La Johnson & Johnson deve pagare quindi ben 2,1 miliardi di dollari per risarcire le venti donne americane, provenienti da dodici Stati diversi, alle quali il talco prodotto dalla multinazionalerisultato contaminato da fibre d’amianto, ha causato gravissimi danni alla salute determinando l'insorgere di tumore alle ovaie.

La giuria, grazie al contributo degli esperti nominati, aveva accertato in primo grado che la polvere di talco del noto marchio contenesse amianto, sostanza riconosciuta come cancerogeno, e che quindi potesse essere alla base dell’insorgere della malattia.

La pesante condanna al risarcimento del danno punitivo, in aggiunta alle somme liquidate alle singole parti in causa, si giustifica, secondo il giudice del processo di Saint Louis, Rex Burlison, per il fatto che la Johnson & Johnson sapeva della presenza di amianto nei prodotti che inopportunamente aveva posto in vendita perchè fossero acquistati ed utilizzati quotidianamente da mamme e neonatiera quindi consapevole dei danni che il talco avrebbe potuto causare e ha trascurato di garantire ai consumatori la sicurezza dei propri prodotti per decenni.

Per completare il quadro, è giusto sottolineare che Bloomberg riporta una notizia alquanto significativa: la Johnson & Johnson deve ancora affrontare più di 26.000 cause avanti l'autorità giudiziaria basate sull'accusa che il borotalco provochi il cancro per via dell'amianto in esso contenuto. Le numerosissime richieste di risarcimento arrivano prevalentemente da donne vittime di tumore alle ovaie o di mesotelioma.

Infine, è doveroso sottolineare che la multinazionale lo scorso anno ha smesso di vendere il suo Baby Powder (talco per bambini) sia negli USA che in Canada, ma non ha fatto altrettanto in altri mercati dove il prodotto è rimasto in commercio

(Fonte: Bloomberg)

 

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