Morti sul lavoro e silenzi, il viaggio nella Sardegna dei veleni (PRIMA PARTE)

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07/12/2015 - 15:31
sit-in di protesta contro i morti di Portovesme

CAGLIARI - C’è ancora chi non si da per vinto, chi crede nell’industrializzazione e nei benefici sociali portati da ogni tempo di novità. C’è ancora chi non rinuncia a sperare che l'industria, magari in forme meno devastanti, possa ridestarsi e lenire la disperazione che ha invaso la gente con la chiusura delle aziende.

Perché proprio del processo produttivo le industrie e solo quelle?

C’è ancora chi questa domanda, nel Sulcis e nel Campidano,  continua a farsela nonostante tutto il male subito.

Terre ricche, accidentate, sfruttate e mai del tutto curate, queste parti della Sardegna, tradizionalmente riconosciute come “rifornimento d’ Europa”, sono salite da un ventennio a questa parte agli onori delle cronache (nere) per aver conquistato loro malgrado posizioni di primordine nella speciale classifica riservata alle zone a pìù alto rischio ambientale su scala nazionale. 

condotte degli stabilimenti di raffinazione sarroch

Nel Sulcis, li dove operavano industrie per la lavorazione dei metalli, per la produzione di alluminio, le acciaierie e le centrali a carbone per la produzione di energia elettrica, tutti ricordano data di nascita e morte di ogni proprio caro, caduto nell’adempimento del proprio dovere. Nessuno fa ricorso a statistiche per ricordare i troppi morti provocati dall'inquinamento. Tutti ricordano, uno per uno, le decine di lavoratori che al porto industriale di Portoscuso e Portovesme scaricavano a mani nude, senza alcuna protezione, la blenda, la galena e persino la pece, necessari alla lavorazione dello zinco. Polveri che li hanno avvolti per anni e hanno finito per ucciderli, uno dopo l'altro.

Nel Campidano, a Sarroch, lì dove operano le raffinerie Saras per l’importazione e la lavorazione dei petroli, non passava sera che le mogli e le madri non dovessero provvedere a portare conforto ai loro mariti e figli, stanchi, cupi,  incurvati e provati già da turni di lavoro massacranti in raffineria, ma colpiti ben più gravemente da tutte le patologie polmonari possibili. Attacchi d’asma, bronchiti, difficoltà respiratorie.

Lì dove i calderoni  di lavorazione contenevano milioni di litri di liquami che, una volta vaporizzati, divenivano suffumigi letali vaganti senza controllo nell’aria respirata da decine e decine di operai. Lì dove, sembra, su una popolazione di 5500 residenti, ben 18 sono stati i casi registrati di tumore al sistema emo-linfatico, a compensazione di una statistica dolorosa secondo quale le leucemie colpiscono il piccolo centro di Sarroch il 30% in più rispetto al resto della Sardegna. E questo a motivo della distribuzione letale di benzene nell’aria esercitata dalle grande industrie a stretto contatto con case e palazzine. 

Chi ricorda il dolore, sciorina dati, attinge alla memoria per giustificare il presente non viene tacciato di superstizione e oscurantismo. Chi vuol dar senso al carico di morte ereditato dal proprio posto di lavoro cerca solo conforto. E  questo non avviene che attraverso storie vissute. 

aziende dismesse dell'Alcoa a Portoscuso

A Portovesme, i muratori delle imprese esterne ingaggiati dall’Alcoa, l’azienda americana leader nel settore della  produzione di alluminio che in quest’angolo di Sardegna ha impiantato uno dei suoi tanti stabilimenti per la produzione (ormai esaurita) di alluminio primario, venivano impiegati con regolarità per distruggere e ricostruire i forni neri. Quasi tutti sono morti o combattono contro i tumori polmonari per aver inalato per anni micropolveri velenose, ma ciò non è bastato ad un loro riconoscimento come operai a rischio, proprio a motivo del loro status di assunzione come muratori, e pertanto non degni nemmeno di un misero risarcimento spettante a loro e alle famiglie.

Certo, si dirà prudentemente, chi riesce a dimostrare in un batter di ciglia il collegamento tra le morti dei lavoratori e l’incidenza reale che l’inquinamento può aver avuto sulle morti per tumori della popolazione? Questa non sembra esser dimostrata. Per lo meno a parole.

C’è chi, come recentemente accaduto a Sarroch, cerca di sminuire l’incidenza dell’aria insalubre nel tasso di  mortalità infantile e parla di rappresentazioni scorrette e fuorvianti della situazione riferendosi ai dati emersi dal lavoro di gruppi di ricerca. Ora, sebbene positivi siano i risultati raggiunti attraverso gli studi di settore nel miglioramento della qualità dell’aria e dello stato di salute dei cittadini, difficile è negare come il campione di bambini provenienti dalle scuole elementari e medie del comune della provincia di Cagliari, oggetto di una ricerca recente, abbia presentato un incremento significativo nei danni e nelle alterazioni del dna rispetto al campione di confronto estratto da contesti di aree di campagna.

fumi di lavorazione portovesme

In buona sostanza, conferme o smentite, vi sarebbero profonde alterazioni al dna infantile là dove i genitori respirano aria non proprio campagnola.

Coincidenze?

A nessuno è dato saperlo, ma nella letteratura d’inchiesta contro le morti per malattie contratte sul posto di lavoro, il termine “coincidenza” non ha mai trovato radici.

 

(continua)

 

Fonte foto:

Le condotte della raffineria Saras di Sarroch, il comune lungo la costa Sud al centro di decine di casi di morti sul lavoro: foto tratta da tottusimpari.blog.tiscali.it

Micropolveri velenose depositate all'interno dei capannoni dismessi dell'Alcoa a Portoscuso, nel Sulcis Iglesiente: foto tratta da forum.gsgonnesa.it

Fumi di lavorazione provenienti dalle industrie di produzione di Portovesme, lungo la costa occidentale del Sulcis Iglesiente: foto tratta da laprovinciadelsulcisiglesiente.com

 

 

A cura di Riccardo Anastasi

 

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