Morti sul lavoro e silenzi, il viaggio nella Sardegna dei veleni (ULTIMA PARTE)

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20/12/2015 - 14:49
bacino fanghi rossi portovesme

CAGLIARI - Isola del sole, del mare e delle vacanze. Perla incontaminata ricca di storia, tradizioni, cultura. Ora non più. La Sardegna fa sua la spettrale conquista di terra con la maggiore estensione nazionale di siti contaminati. Con una beffa che denota amarezza e priva la speranza: dei quasi 500mila ettari ammorbati da ogni genere di scoria, gassosa o fisica, pressoché i tre quarti ricadono all’interno di siti dichiarati di interesse nazionale per le bonifiche ambientali, tra cui quello del comprensorio del Sulcis-Iglesiente-Guspinese e quello di Sassari-Porto Torres. 

Vittimismo o ignavia? Vi è il ragionevole dubbio che le decine di morti caduti nell’adempimento del dovere abbiano dovuto mestamente tacere sulle intollerabili condizioni cui veniva sottoposta la propria salute, pena la perdita del posto di lavoro. Conquistato, sudato e perfino odiato, a causa di ciò che rappresentava per ognuno di loro. 

vasche reflui raffinerie saras sarroch

Guadagno, fonte di sostegno e tranquillità economica, certo. Ma anche pericolo, fonte di dubbio, e motivo di rivalsa. Perché dopo la fine del ciclo industriale che portò reddito e benessere a cavallo tra gli anni 70-90, di disoccupati qualsiasi la Sardegna ne è rimasta piena, contro ogni prevedibile logica di sviluppo, ma di disoccupati in cerca di giustizia e per questo capaci di azioni coraggiose forse ancora oggi se ne contano a poche decine. E tutto ciò a motivo dei ricatti. 

Come quelli a cui venne sottoposto l’operaio X, deciso a protestare contro la propria azienda perché preoccupato che le polveri di acciaieria, che lui e i suoi compagni di un'impresa d'appalto lavoravano a mani nude, con scarse e quasi inesistenti protezioni, potessero essere pericolosi. Chi osava chiedere cosa contenessero sacchi, fusti, container dall’aspetto tetro e grigio, carichi di morte e dolore, sapeva già che questa fatale curiosità sarebbe valsa il licenziamento. E poco male se chi taceva, dopo il fallimento di una ditta, era facile che venisse riassunto in una nuova azienda, perché per il “fesso” di turno il destino era già segnato. 

C’era chi, diversi anni fa, parlava di rischio concreto, da scongiurare ad ogni costo, a vantaggio di un futuro produttivo impostato su criteri di sicurezza e concretezza. Ora lo scenario rasenta il nero più assoluto, sebbene dietro il silenzio non si trinceri più nessuno. 
L’isola del Sole si è trasformata in una grande pattumiera di rifiuti tossico-nocivi fluttuanti nell’aria o sotterrati illegalmente in grossi siti. Fanghi rossi che scorrono accanto a condotte d’acqua, fumi industriali che soffocano interi paesi che ergevano la loro economia sul mare, sulle spiagge e la ricettività. Paesi ormai collassati, forse già da quando le aziende hanno iniziato il loro carico di lavoro misto a dolore. 
Solo per fare un esempio, nel tratto di costa occidentale, diverse erano le aziende che estraevano zinco dai fumi di acciaieria, ovvero polveri ottenute dall'abbattimento dei fumi dei forni ad arco elettrico, provenienti dall'Europa e anche da paesi come Israele, in cui si bruciano rottami ferrosi. Normali cicli di lavorazione si dirà, se non fosse per il fatto che spesso in quei forni, oltre ai materiali ferrosi, finisce di tutto, persino materiale radioattivo, come certificato da alcune recenti indagini che hanno scandagliato il traffico di rifiuti industriali provenienti dai paesi dell'Est.  Che le aziende siderurgiche locali abbiano, dunque, camuffato il legale acquisto di fumi d’acciaieria con delle vere e proprie attività illecite di smaltimento di rifiuti industriali? 

agitazione operai saras sarroch

Domande e dubbi che gli operai licenziati e desiderosi di un riscatto si pongono con la stessa frequenza con cui contano i funerali di amici, parenti, colleghi di lavoro e conoscenti, destinati ad un crudele destino solo per la casualità di risiedere nei pressi dello stabilimento petrolifero o l’inceneritore di turno. Siti esteticamente funzionali, ben collegati e serviti, veri paradisi terrestri per la presenza di spiagge da sogno, ma brulicanti, tuttavia, di morte e di azioni di protesta. Per richiedere formalmente l’istituzione di un registro tumori o una mappatura dei casi di contagio di malattie respiratorie. 
Intanto le morti aumentano e le risposte tardano ad arrivare, un po’ anche per la mancanza di coralità nell’azione politica di supporto che sostenga le cause degli ex dipendenti ormai disperati ed ammalati. 

E semmai il sostegno legale servisse solo un po’ per riaccendere il barlume di speranza che agita le coscienze, da più parti si fa strada la necessità di realizzare bonifiche ambientali, riconversioni economico-sociali e, con esse, anche un po’ di giustizia. 
Per non rimanere ammorbati anche dal fango della complicità di questa vergogna.

 

Fonte foto:

La distesa delle vasche dove vengono convogliati i reflui tossici provenienti dalla lavorazione dei petroli all'interno del polo petrolchimico di Sarroch: foto tratta da sardegnareporter.it

Scene divenute ormai quotidiane presso gli stabilimenti Saras, con agitazioni e proteste di operai e tecnici: foto tratta da sardiniapost.it

 

A cura di Riccardo Anastasi

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