One Health, avere a cuore la salute umana significa curare anche quella animale e l’ambiente

Autore:
Redazione
30/03/2021 - 04:45

«La salute umana e animale sono interdipendenti e legate alla salute degli ecosistemi in cui esistono. Il 60% degli agenti patogeni che causano malattie umane provengono dagli animali domestici o dalla fauna selvatica. Il 75% degli agenti patogeni umani emergenti sono di origine animale. L’80% degli agenti patogeni che destano preoccupazione per il bioterrorismo hanno origine negli animali».

In breve, One Health, cioè “una sola salute”, un concetto di recente formulazione che evidenzia, come ci ricordano gli esperti dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale per l’Abruzzo e il Molise (IZSAM), un qualcosa che sappiamo già da tempo: le malattie possono trasmettersi dagli animali agli esseri umani (e viceversa) e in questi casi trovare ampi spazi per svilupparsi perché non riconosciute dai sistemi immunitari.

Del resto, non è un caso che una parola come zoonosi, che indica il passaggio di una malattia dagli animali all’uomo, sia ormai sulla bocca di tutti; come non sorprende la notizia che, secondo l’OMS, l'ipotesi più accreditata per quanto concerne l'origine della pandemia di Covid-19 sia quella della trasmissione del virus dai pipistrelli all'uomo attraverso un altro animale.

Da ciò deriva, come possiamo leggere in un approfondimento sul One Health del magazine dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, Oltremare, che avere cura della salute umana significa avere a cuore anche quella animale e quella dell’ambiente in cui animali ed esseri umani interagiscono. E risulta chiaro che, se oggi si vive meglio, lo si deve anche ai controlli ai quali l’intera catena alimentare umana è sottoposta. Uno sforzo che però deve riguardare anche la cooperazione, come insegnano le modalità di diffusione di Covid-19 o, per fare altro esempio, Ebola.

Proprio il virus Ebola sviluppa una zoonosi perché dal pipistrello della frutta, portatore sano in natura, può essere trasmesso all’uomo per contatto diretto (magari tramite un morso) o per mezzo di altri animali contagiati dallo stesso pipistrello (generalmente selvaggina).

Ed è con l’obiettivo di creare un’alleanza internazionale che l’IZSAM - come apprendiamo sempre da Oltremare - si è fatto promotore di ERFAN (Enhancing Research For Africa Network), un network internazionale che coinvolge diciassette paesi e trentadue istituzioni scientifiche: oltre all’Italia, con i suoi cinque istituti zooprofilattici sperimentali, otto nazioni dell’Africa dell’area della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (Southern African Development Community - SADC), cinque paesi del Maghreb, Senegal, Egitto e Sudan sono membri della rete.

«Il concetto di One Health rappresenta il perno del network, attorno al quale cinque gruppi di lavoro su sette lavorano. L’obiettivo principale di ERFAN è stimolare la formazione e la ricerca, a carattere regionale, nell’ambito della sanità animale, del benessere animale e della sicurezza alimentare, nella salute umana e nella protezione dell’ambiente, nell’ottica di una salute pubblica globale. ERFAN identifica i rischi per la salute umana e animale, e le priorità, come le malattie zoonotiche (brucellosi, antrace, tubercolosi bovina) e le malattie di origine alimentare», spiega Nicola d’Alterio, direttore generale dell’IZSAM.

Il lavoro di ERFAN è per certi versi rivoluzionario, ha aperto una strada e, in un’epoca segnata dalla pandemia, è quanto mai attuale.

I partner di ERFAN considerano cruciale la comprensione delle connessioni tra biodiversità, ecosistemi e malattie infettive. Entrando nei meccanismi di questa struttura che opera a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale (OIE) e la FAO e che ha progetti con l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), un esempio di modalità di azione viene dal gruppo di lavoro sulle patologie trasmesse da vettori come la febbre della valle del Rift che studia la malattia, la salute dell’ecosistema e i cambiamenti climatici. Ricercatori ed esperti italiani, africani ed internazionali si confrontano, condividono dati, individuano problemi e propongono soluzioni. Altro esempio è il gruppo di lavoro sulla brucellosi, patologia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito nella categoria delle malattie trascurate, sottolineando la necessità di generare informazioni sulla sua presenza e la sua distribuzione nel mondo.

«Per questo motivo la conoscenza del reale impatto della malattia nelle popolazioni umane, della fauna selvatica e del bestiame nei paesi africani è fondamentale per il controllo della malattia e per organizzare risposte tempestive a focolai ed epidemie», aggiunge Nicola d’Alterio.

Di fatto, l’attenzione principale sulla salute umana e animale in Africa è posta principalmente sulle malattie umane come la tubercolosi, la malaria e l’HIV. Al contrario, viene trascurato l’impatto socioeconomico delle malattie infettive animali fatali e devastanti sul bestiame e di conseguenza sulla salute umana. Nutrire una popolazione crescente nei paesi in via di sviluppo con proteine animali sicure e di qualità è una sfida significativa. ERFAN mira proprio a rafforzare quelle capacità strumentali per condurre studi a carattere regionale sulle malattie zoonotiche, e che quindi hanno un impatto rilevante sulla salute umana. E vede l’Italia protagonista.

(Fonte: AGI - Foto di copertina: Pixabay)

 

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