Restare a casa, un’opportunità per ritrovare se stessi e i propri affetti più cari: intervista allo psicoterapeuta Roberto Cafiso

Autore:
Francesca Santangelo
02/04/2020 - 03:22

Una condizione sociale di cui non si aveva memoria. Nella nostra storia, pur non essendo la prima volta che affrontiamo una pandemia, non era mai accaduto di dover adottare, per placare un’emergenza sanitaria, misure restrittive come quelle a cui siamo oggi sottoposti.

Ma la pandemia di Covid-19 ha inevitabilmente costretto non solo l’Italia ma anche tutto il mondo a fermarsi, obbligando la popolazione ad un isolamento forzato che, ad oggi, non sappiamo quale impatto avrà sulle nostre esistenze in termini di salute, dal punto di vista economico e, infine, in riferimento allo stile di vita che potremo adottare nel prossimo futuro.

Certo è che in questi giorni siamo messi a dura prova, una prova che per alcuni costituisce un trauma, per altri, invece, un’esperienza di vita dalla quale si può e si deve trarre un insegnamento. Ne abbiamo parlato con lo psicoterapeuta dottor Roberto Cafiso, direttore del Dipartimento Salute Mentale dell’ASP di Siracusa, che ha gentilmente risposto ad alcune nostre domande.

 

In che maniera possiamo vivere questi giorni dentro casa, superando ansia, depressione e noia?

«Lo sforzo che ci è stato richiesto per risolvere l’emergenza Covid-19 è sicuramente molto elevato. Soprattutto a livello psicologico, è una cosa nuova, un onere, qualcosa di seccante, però in questo momento indispensabile. Stiamo vivendo il confine tra lo spazio personale (ovvero ciò che mi piace fare, ritengo giusto fare, ho voglia di fare) e lo spazio sociale (ciò che è giusto o non giusto fare per gli altri). Ci si mette in gioco per uscire fuori dall’egoismo, comportandosi non come si vuole, ma come ci viene chiesto. Questa è la sostanziale differenza, che può risultare stressante specie per chi non ha mai vissuto con tale filosofia. Occorre dare giusto peso al valore dell’altruismo che ognuno di noi deve mostrare in tale circostanza: capire che si sta facendo un sacrificio per il bene collettivo. Si può dunque, in un certo senso, trarre del positivo da questa esperienza di reclusione forzata».

Programmare la giornata con attività quotidiane da poter svolgere in casa. Può essere un buon modo per vivere questi giorni di quarantena?

«Sicuramente. In fondo le attività da poter svolgere in casa sono molteplici: da quelle culturali, attraverso la lettura o la visione di film e serie TV, a quelle più domestiche, come le faccende. Insomma, il tempo da trascorrere nel proprio domicilio può essere speso in maniera valida e proficua. Importante, e necessario, non lasciare nulla al caso, stilando possibilmente un programma che riprenda per linee generali le dinamiche e le tempistiche della vita quotidiana, limitatamente a ciò che al momento è possibile fare, al fine di non annullare le capacità organizzative maturate negli studi e nel lavoro».

Come ridimensionare le giornate, organizzandole in maniera costruttiva, evitando di sprecare tempo prezioso?

«Gestire la giornata in modo tale che essa abbia un senso e che gli si dia uno scopo ben preciso. Basti pensare che il periodo di isolamento forzato può essere un occasione rara per fare determinate cose che, essendo solitamente meno rilevanti di quelle necessarie, quotidianamente tralasciamo e che, invece, in questo momento possono impegnare le nostre giornate, donando anche una sensazione finale di soddisfazione. Inoltre, dato che l’isolamento forzato impedisce le relazioni sociali fisiche, fondamentale diventa occupare il tempo mediante il contatto telematico con persone a noi care. I contatti sociali, infatti, rimangono alla base della vita del singolo individuo. La tecnologia in questo ci è molto vicina: telefoni e PC permettono di poter comunicare a distanza con persone a noi care, abbattendo in parte la barriera architettonica sociale causata dal virus che ci costringe ad evitare i contatti fisici al fine di limitarne la diffusione. Anche in questa situazione di stallo, occorre non perdere mai di vista che il tempo rimane comunque il bene più prezioso, un bene che non va assolutamente sprecato. L’ozio più totale porta la noia e quest’ultima è l’anticamera della depressione dell’umore, che sicuramente non ci farà star bene».

Ci sono diversi casi di isolamento forzato: chi vive da solo, chi in coppia, chi in famiglia con bambini o genitori e figli adulti. Come affrontare le varie situazioni? Quali problematiche presentano? Quali gli effetti positivi (o negativi) della convivenza forzata?

«I casi di isolamento forzato riscontrabili in questo periodo di quarantena sono di diverse tipologie: in casa da soli, in coppia, in famiglia con dei figli piccoli o in casa con adulti. Una situazione sicuramente insolita, nella quale ci si ritrova a dover trascorrere molto più tempo insieme rispetto alla normale routine quotidiana, con conseguente serie di disagi per ogni individuo. Chi vive in famiglia presenta certamente il livello di stress più elevato poiché si è proprio disabituati a stare con i propri congiunti per parecchio tempo, tanto da apparire perfino quasi come estranei. Ma bisogna sempre guardare il bicchiere mezzo pieno: insomma, l’altra faccia della medaglia. Questa è un’occasione irripetibile, della quale bisogna tesorizzare i momenti che stiamo trascorrendo, per riscoprire i rapporti interni alla famiglia in una maniera più intensa e vera, magari rivalutando le persone più vicine a noi o venendo a conoscenza di alcuni aspetti che prima non ci erano noti. Di base, chi risente meno di questa situazione (tranne i più goderecci, soliti a stare spesso fuori) sono proprio i single, abituati sia a stare soli sia a stare in casa: quindi per loro l’impatto è molto meno violento rispetto alle altre categorie. Una sorta di prova del nove, invece, per le coppie, un modo per confermare la funzionalità delle stesse. Quando ci si trova in una convivenza forzata, si capisce se si è in armonia o meno e quindi abbiamo una sorta di revisione del rapporto. Non dobbiamo poi dimenticare gli anziani, spesso soli in casa, ai quali occorre qualcosa che li tenga in contatto col mondo. A coloro che stanno bene e non hanno particolari problemi di salute nessuno impedisce di ricevere i figli (con le opportune precauzioni, ovvero protetti da mascherine ed a debita distanza) per un saluto sull’uscio di casa, la spesa o le commissioni. Ma, a differenza dei giovani, ai quali l’utilizzo della rete è sicuramente più nelle corde, chiedere ad un anziano di farsi bastare la telefonata o la videochiamata è un po’ complicato considerando la loro struttura mentale».

Quali disagi psicologici possono derivare dallo stravolgimento della nostra quotidianità?

«Lo stravolgimento della nostra vita quotidiana è sicuramente un fattore destabilizzante per tutti. Occorre cambiare il corso delle proprie giornate, ma anche delle proprie abitudini. Chi ad esempio vive una situazione domestica nella quale vi è un membro della famiglia che per lavoro è obbligato ad uscire potrebbe provare una situazione di disagio psicologico derivato dal pensiero di poter essere contagiato o che comunque il virus arrivi in casa. In questo caso, è importante una cooperazione collettiva, una disciplina familiare più spiccata, al fine di mantenere una situazione tranquilla in casa. Necessario, dunque, anche all’interno del proprio nucleo familiare seguire le indicazioni precise delle circolari del Governo. Per i disagi dovuti invece alla situazione lavorativa, occorrerà avere sicuramente fiducia nello Stato per non incorrere nella disperazione più totale. Il Governo, infatti, sta comunicando a più riprese gli stanziamenti per i lavoratori che da settimane hanno dovuto sospendere lo svolgimento delle proprie attività lavorative. Vi è anche chi ha perso il lavoro e si trova in cassa integrazione, sicuramente con grande preoccupazione. Bisognerebbe in questo caso che in tutte le ASL ci fosse un numero verde con assistenza psicologica proprio per discutere e parlare con queste persone che, angosciate, vivono questa situazione di disagio. Questo rappresenta un fatto che da qui a poco dovrà improrogabilmente essere gestito, poiché finita la fobia del contagio, il problema sarà legato al fattore economico».

Sembra stiano aumentando i TSO in persone che non riescono a gestire l’ansia causata dall’attuale momento di crisi. Come controllare l’ansia dei soggetti più a rischio?

«Di sostegno e conforto è sicuramente avere vicino qualcuno di fidato. Telefonare e parlare con una persona cara aiuta a decongestionare la mente che si è addensata di preoccupazioni. Inoltre, alcune ASP ed ASL hanno messo a disposizione un servizio pubblico telefonico col quale un team di esperti, psicologi ed altre figure professionali della salute mentale è pronto ad occuparsi dell’individuo e a rasserenarlo, aiutandolo ad affrontare al meglio la situazione attuale. Da tenere presente a mio avviso il fatto che, ad oggi, siamo ancora in una fase media di contenimento di stress e che non si è ancora presentata la fase di esplosione da nervoso. Passato il pericolo contagi subentrerà la fase di slatentizzazione dello stress. Salterà fuori tutto ciò che si è trattenuto fino ad ora. Fenomeni di esplosione di collera, aggressività o dissociazione nei soggetti più predisposti. Il picco, ripeto, è da attendere non appena sarà conclusa la fase critica infettiva. Bisognerà, dunque, fronteggiare una società scombussolata che attualmente sta cercando di resistere».

Come si pongono le persone ansiose di fronte a questa valanga di informazioni che arrivano dai media e in che modo si possono affrontare per evitare stati di angoscia?

«Come sappiamo ogni singolo individuo possiede una propria sensibilità che lo porta a vivere determinate circostanze in maniera differente e strettamente personale. Il soggetto che in una situazione del genere può sicuramente avere maggiori difficoltà di approccio alla realtà è l’individuo ansioso o ipocondriaco. Essere coinvolti da questa bomba mediatica di informazioni non è affatto semplice e la possibilità di vivere in maniera angosciante questa situazione è sicuramente un problema da non sottovalutare. Gli ansiosi o gli ipocondriaci dovrebbero avere un’esposizione limitata alle notizie, attraverso un telegiornale quotidiano ed un approfondimento: passare da un notiziario all’altro, ascoltare la radio o ancor peggio seguire un social con tutte le fake news che spesso ne seguono significa disorientarsi e non è per niente d’aiuto, oltre che controproducente».

Quando tutto sarà finito, come affrontare il ritorno alla quotidianità e tutti i disagi che inevitabilmente deriveranno da questo periodo di stop?

«Sarà sicuramente un recupero graduale, riprenderemo i ritmi della vita in ogni suo aspetto in maniera tranquilla e naturale, riadattandoci all’attività frenetica, al frastuono, al contatto con la folla. Sarà importante non pretendere di avere subito il rendimento precedente. Ci dovremo riadattare. Ad oggi, bisogna sempre essere positivi, considerando che è pur sempre una situazione passeggera, anche se complicata e che come ogni esperienza è giusto farne tesoro. Si spera che ogni vicenda umana possa cambiarci, in meglio soprattutto. Mi auguro che questa porti ognuno di noi verso due direzioni: la prima è volta a capire cosa è davvero indispensabile nella nostra vita rispetto a ciò che è fittizio, ovvero una serie di necessità che in realtà non lo sono poiché rappresentano solo immagini che la società consumistica crea per noi, ma di cui stiamo facendo a meno, sopravvivendo tranquillamente; la seconda è che probabilmente la tendenza ad accumulare e possedere cose al fine di trovare la propria identità in certi momenti svanisca, per tornare all’essenziale, in questo caso alla salute nostra e delle persone care. Occorre non scordarsi di questo per evitare di ricadere in quell’oblio nel quale tutti spesso ci ritroviamo, in una corsa verso cose insensate. Si è trattato in fondo di una condizione molto particolare che non ha memoria d’uomo (tranne nel 1918 con la Spagnola). Non vi è alcun precedente, quindi bisognerà capire se le persone avranno fatto tesoro del positivo che c’è stato dato in questa situazione, cioè i contatti sociali, la solidarietà, la capacità di contemplazione, di introspezione, la voglia di badare meno ai bisogni fittizi ed essere più essenziali. Chissà se si andrà a cercare ciò che può far stare bene in un tramonto, un panorama, un abbraccio. Tutti valori che avremo riscoperto in questo periodo di pandemia. Occorrerà vedere poi se ci manterremo in questa lunghezza d’onda nel tempo a venire o se saremo di nuovo sommersi dal becero. Sinceramente ho qualche dubbio che le cose torneranno esattamente com’erano. Forse tra 30 anni, ma chi ha vissuto questo momento, ne porterà i segni, anche positivi, per diversi anni».

 

crowfunding adas

clicca e scopri come sostenerci