Ricercatori di Stanford identificano biomarcatori per la CFS

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21/08/2017 - 09:58

Amaro il destino di chi è affetto da Sindrome da Fatica Cronica (CFS - Chronic Fatigue Syndrome), patologia altamente invalidante, ma da sempre (se ne discute da più di trent'anni, soprattutto negli States) difficile da diagnosticare sia per una certa genericità dei sintomi ad essa collegati (cefalea, profonda stanchezza, dolori alle ghiandole e alle articolazioni, sonno non ristoratore), sia per i tentativi di ricondurla alla condizione psicologica del paziente e quindi di considerarla frutto dell'eccessiva immaginazione dello stesso. Insomma, una malattia che non c'è, ma quanto mai reale.

Non ancora riconosciuta dalle istituzioni italiane, la CFS viene invece presa molto sul serio negli USA dove si calcola ci siano almeno un milione di persone sofferenti a causa di questo male invisibile e, soprattutto, senza alcuna cura nota (sappiamo però che tre pazienti su quattro sono donne e che la CFS si sviluppa tra gli adolescenti di età compresa tra quindici e vent'anni e negli adulti di trenta/trentacinque anni, persistendo poi per decenni). Ed è proprio da un'università americana, quella di Stanford, che arrivano i risultati di una ricerca che potrebbe rappresentare una svolta nella conoscenza della patologia, migliorando la diagnostica e indirizzando nella giusta direzione le possibili terapie.

I ricercatori di Stanford (guidati dal dottor Jose G. Montoya, autore principale dello studio), infatti, hanno individuato i biomarcatori (cioè quegli indicatori biologici, genetici o biochimici che possono essere messi in relazione con l'insorgenza o lo sviluppo di una patologia) associati alla Sindrome da Fatica Cronica collegando quest'ultima alle variazioni di diciassette proteine di segnalazione del sistema immunitario (citochine), le cui concentrazioni nel sangue si correlano alla gravità della malattia. I risultati ottenuti forniscono la prova che l'infiammazione è una condizione rilevante nella CFS.

Sono stati analizzati campioni di sangue provenienti da 192 pazienti del dottor Montoya e da 392 soggetti di controllo sani. L'età media era di circa cinquant'anni, mentre la durata media dei sintomi nei malati era superiore ai dieci anni.

Gli scienziati, prendendo in considerazione la durata nel tempo e la gravità della patologia, hanno constatato che i livelli di citochina erano più bassi nei pazienti con forme lievi di CFS e più alti in quelli con forme più gravi. Inoltre, se il confronto con i soggetti sani ha evidenziato che soltanto due delle cinquantuno citochine misurate erano differenti presentando nei pazienti un fattore di crescita tumorale beta (TGF-β) più alto e resistina più bassa, si è scoperto che le concentrazioni di diciassette delle citochine (di cui tredici sono pro-infiammatorie) hanno evidenziato la gravità della malattia.

Giusto ricordare come, pur rappresentando questa ricerca un notevole passo avanti, siamo ancora lontani dall'isolare un singolo agente patogeno che possa essere attaccato come ultimo trigger. In conclusione, i risultati di questo studio potrebbero comunque aprire le porte ad altri lavori volti alla sperimentazione di farmaci immunomodulatori per il trattamento della CFS.

 

Per saperne di più

http://www.ilpapaverorossoweb.it/article/la-forza-di-una-madre-sostegno-dei-bimbi-con-cfs

http://www.ilpapaverorossoweb.it/article/sindrome-da-fatica-cronica-milioni-di-scomparsi

http://www.ilpapaverorossoweb.it/article/biomarcatori-e-speranze-terapeutiche-la-sindrome-da-fatica-cronica

http://www.ilpapaverorossoweb.it/article/nuovi-criteri-la-sindrome-da-fatica-cronica

http://www.ilpapaverorossoweb.it/article/fatica-cronica-italia-piu-di-300-mila-casi-intervista-al-prof-tirelli

 

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