Coronavirus, uscito dalla Cina con trentaquattro casi invisibili e seguendo tre vie

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Redazione
07/03/2020 - 02:50

A portare il coronavirus SARS-CoV-2 fuori dalla Cina sono stati 34 casi invisibili, sfuggiti ad ogni osservazione clinica forse perché con sintomi lievi.

Lo indica il modello matematico pubblicato sul sito medRxiv ed elaborato dal gruppo dell'Università Fudan di Shanghai diretto da Yi Li e Meng Liang. Lo stesso modello matematico, basato sui casi rilevati dal 21 gennaio al 28 febbraio, indica che le misure di contenimento sono indispensabili perché i casi tendono a moltiplicarsi per 10 ogni 19 giorni.

«La dinamica della diffusione del virus è complessa e continua a variare nel resto del mondo», osservano gli autori della ricerca. Per questo hanno deciso di affrontarla con un modello in grado di semplificare la situazione reale per estrapolare delle tendenze generali nell'evoluzione dell'epidemia al di fuori dalla Cina.

Basato sulle statistiche pubblicate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il modello indica che all'origine dell'epidemia, che ha da poco fatto superare nel mondo la soglia di 100.000 casi (quasi 20.000 dei quali fuori dalla Cina), ci siano stati 34pazienti non osservati”.

Per i ricercatori è un dato chenon sorprende”. Potrebbero, infatti, essere state persone «con sintomi lievi, tanto da non avere bisogno di andare in ospedale». Per i ricercatori «non si può escludere che questi casi esistessero già prima o parallelamente al focolaio di Wuhan», città da cui è cominciata l'epidemia in Cina.

L'altro dato che emerge dalla ricerca è l'aumento dei casi fuori dalla Cina, che «segue globalmente una tendenza quasi esponenziale, con un tasso di crescita di 10 volte ogni 19 giorni».

È questa, secondo il modello, la tendenza che seguirebbe l'epidemia se non fossero adottate misure di contenimento. Per questo gli autori della ricerca lanciano un appello perché vengano adottate «azioni globali sulla salute pubblica in tutto il mondo».

 

A partire dall'epicentro dell'epidemia, in Cina, il coronavirus ha invece seguito tre vie per diffondersi nel resto del mondo: una diretta in Europa, una verso gli Stati Uniti e la terza verso Sud, verso Corea e Australia.

Lo ha detto all'ANSA la virologa Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence dell'Università della Florida, sulla base delle oltre 150 sequenze genetiche dei coronavirus finora pubblicate.

«Va sfatato il mito che l'Italia abbia diffuso il virus. Il dato evidente - ha proseguito Ilaria Capua - è che la dinamica dell'infezione in Europa è diversa da quella raccontata finora». Le sequenze genetiche del coronavirus ottenute in Italia sono ancora poche, ma sufficienti per capire che «non sono stati gli italiani a diffondere l'infezione».

È comunque inutile cercare ancora di rintracciare il paziente zero: potrebbe essere uno, ma potrebbero essere centinaia. «Quello che sappiamo - ha aggiunto la virologa - è che il nuovo coronavirus è arrivato in Europa dalla Cina probabilmente in gennaio, portato da centinaia di persone. Adesso stiamo cercando di ricostruire gli ingressi multipli in Europa grazie alle sequenze genetiche». Queste ultime sono depositate nelle due grandi banche dati chiamate GISAID (Global Initiative on Sharing All Influenza Data) e GenBank, a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo per essere analizzate.

Somiglianze e differenze che emergono dal confronto delle mappe genetiche indicano che «l'Europa si comporta come un'area unica», ha osservato l’esperta. È probabile che «una massa critica di persone con il virus arrivata in Europa abbia contribuito a diffonderlo. Non è stata soltanto l'Italia - ha concluso - a fare da cassa di amplificazione».

(ANSA)

 

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