Plasma iperimmune, dubbi su efficacia in pazienti Covid con polmonite grave

Autore:
Redazione
26/11/2020 - 04:36

Del plasma iperimmune e del suo utilizzo per trattare pazienti affetti da Covid-19 si parla ormai da mesi.

Quello che sappiamo è che consiste in una cura sperimentale che, accolta da molti addetti ai lavori con un certo entusiasmo, finora sembra aver favorito il processo di guarigione di più di un soggetto (negli infetti il plasma incrementa la concentrazione di anticorpi contro il virus).

Non avevamo però, al di là di alcuni studi osservazionali condotti su un numero limitato di pazienti, trial randomizzati per capirne la reale efficacia soprattutto nei casi di grave sintomatologia.

A darci le prime indicazioni in tal senso arriva uno studio intitolato A Randomized Trial of Convalescent Plasma in Covid-19 Severe Pneumonia e pubblicato su The New England Journal of Medicine che, come scrivono i ricercatori che lo hanno condotto, non ha evidenziato «differenze significative nello stato clinico o nella mortalità complessiva tra i pazienti trattati con plasma convalescente e quelli che hanno ricevuto placebo».

A partecipare allo studio sono stati 333 pazienti ricoverati con grave polmonite da Covid-19 con un livello di saturazione di ossigeno inferiore al 93%. In maggioranza uomini, i pazienti sono stati divisi in due gruppi (in rapporto 2:1): 228 hanno ricevuto la terapia al plasma iperimmune e gli altri 105 il placebo (l’età media era di 62,5 anni per i membri del gruppo plasma e di 62 anni per quelli del gruppo placebo). Tutti hanno ricevuto antivirali. La terapia è iniziata in media otto giorni dopo l’insorgenza dei sintomi, mentre la condizione clinica più frequente nei pazienti era l’ipossiemia, cioè la diminuzione di ossigeno nel sangue. Inoltre, i ricercatori si sono assicurati che più del 95% delle unità di plasma convalescente trasfuse avesse un livello di anticorpi anti-SARS-CoV-2 totale di almeno 1:800 e che il volume di plasma infuso avesse un fattore di correzione in base al peso del partecipante.

Dopo 30 giorni gli studiosi hanno potuto confrontare gli effetti del trattamento, valutando le condizioni dei pazienti. Tra i due gruppi non c’erano differenze significative. Infatti, il tasso di mortalità è risultato quasi lo stesso: al 10,96% nel gruppo plasma convalescente e all’11,43% nel gruppo placebo, una differenza statisticamente non significativa (va però sottolineato che i dati rilevati dopo 7 giorni e dopo 14 giorni erano decisamente più favorevoli per i componenti del gruppo plasma).

Insomma, la ricerca pubblicata su The New England Journal of Medicine ci conferma che l’infusione di plasma iperimmune è una pratica sicura, ma non ha sortito gli effetti sperati rispetto al placebo (soluzione fisiologica) in termini di mortalità dopo trenta giorni o rispetto alla necessità di ricorrere alla ventilazione meccanica (8,3% contro 9,5% del placebo).

In conclusione, sono diversi gli studi che stanno valutando il plasma iperimmune ed è ancora presto per emettere sentenze definitive, tenendo anche conto del fatto che molta dell’efficacia di questa terapia è dovuta alla tempestività della somministrazione ed alla non eccessiva gravità dei pazienti. Può, del resto, essere citato un altro studio che, pubblicato su The American Journal of Pathology, ha ottenuto risultati differenti (e decisamente più incoraggianti) per quanto concerne la mortalità che passa dal 12,4% al 6,2% in presenza di soggetti che hanno ricevuto una trasfusione di plasma iperimmune 48 ore dopo il ricovero.

 

Fotografia di copertina: Pixabay

 

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